Liquida

Anna Felder
Recensione del 09/10/2017 di Alessia Peterhans

Leggendo le opere di Anna Felder accade spesso di avvertire che quanto narrato sia scaturito da una situazione o un avvenimento vissuto dall’autrice stessa. Nel caso di Liquida, la raccolta di racconti uscita nel febbraio 2017 presso la casa editrice Opera Nuova, due occasioni hanno portato alla pubblicazione del libro. La prima è anagrafica: un compleanno a cifra tonda, come si usa dire, ha spinto l’autrice a voler mettere ordine tra le carte e a pubblicare alcuni racconti rimasti inediti insieme ad altri andati persi negli anni in quanto sparsi in varie riviste o altri volumi. La seconda è felderianamente letteraria. Nell’ultimo testo della raccolta, intitolato anch’esso Liquida, è descritta la sorpresa nata nella protagonista nel momento di leggere su una lettera a lei indirizzata non «Signora Anna Felder» ma «Liquida Anna Felder». Ai lettori e alle lettrici è qui richiesta immaginazione nel ricordare l’aspetto del corsivo scritto sulla carta e pure il consenso a seguire l’autrice nella coniugazione di questo gioco di parole.

Li-qui-da – Le sillabe dell’aggettivo femminile di fianco al nome proprio dell’autrice sono riprese nei titoli delle prime due sezioni del libro ( e Qui), forse già decisi prima dell’arrivo della fatidica lettera. Il caso a volte sorprende nella sua coerenza: infatti anche nelle precedenti opere dell’autrice le tematiche dell’altrove, della migrazione e del confronto tra paesi si traducono nell’elaborazione di concetti astratti apparentemente in opposizione. Così ad esempio nel racconto d’apertura del libro, intitolato Chi mi chiama, la differenza tra due regioni geografiche non meglio definite si mostra nella maniera in cui è pronunciato il nome della figura principale: «Marisa: con la i tenuta lunga come fanno qui […]. Là, nella città di fuori, mai si era sentita dire Marisa così come è giusto» (p. 9). La i funge da pars pro toto di un paese caratterizzato dalla sua lingua – l’italiano – ed è parte di una geografia della memoria in quanto elemento sonoro che, come i laghi e le montagne, non si modifica col tempo. Lasciare il proprio paese, la propria lingua e poi tornarvi: un tema caro ad Anna Felder e presente nelle sue opere fin dal primo romanzo, Tra dove piove e non piove, pubblicato nel 1972.

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Recensione

Chiara cantante e altre capraie

Doris Femminis

Recensione del 24/07/2017 di Matteo Ferrari

La Val Bavona, a nord di Cavergno, in Valle Maggia, è una porzione esigua dell’arco alpino, poco più di centoventi chilometri quadrati - molti dei quali occupati da pendii ripidi e improduttivi -, eppure ha goduto negli anni di buona visibilità. Ciò è in parte dovuto alle sue caratteristiche morfologiche, che ne fanno una delle valli più suggestive dell’arco alpino, con i nuclei accoccolati sul fondovalle, i dirupi ripidi e severi, le eroiche scalinate che gli alpigiani hanno costruito nei secoli per raggiungere i pascoli in altura. Proprio il paesaggio è sicuramente un atout della valle: la stupefacente cascata di Foroglio aveva d’altra parte già incantato negli anni trenta la regista tedesca Leni Riefenstahl. Parte della celebrità della Bavona è dunque dovuta ai suoi panorami; parte alla gestione oculata degli abitati del fondovalle, coordinata oggi da un’apposita fondazione; parte al fatto di aver avuto un cantore d’eccezione nello scrittore Plinio Martini (1923-1979), troppo famoso, soprattutto in Ticino e nella Svizzera tedesca, perché ne se ne taccia qui il nome. Chiara cantante e altre capraie è un romanzo bavonese, nel senso che in Bavona è ambientato e della popolazione bavonese racconta vita e peripezie. L’opera porta un sottotitolo che è al tempo stesso una spiegazione e un programma: Saga di donne strette tra le montagne e il Cielo. Saga, dunque - una saga che copre quasi mezzo secolo, dal 1910 al 1946. La vita raccontata è quella dei contadini d’inizio Novecento. «Per il parto, la morte e persino il sesso, la differenza tra loro e le bestie stava tutta nella testa, al corpo umano non essendo riservate agevolazioni e comodità. Si nasceva, si soffriva, si concepiva e si moriva come le capre nelle stelle» (p. 185). L’autrice, Doris Femminis, infermiera, classe 1972, è di Cavergno come lo era Martini, e attinge allo stesso bagaglio di racconti orali al quale aveva già attinto Plinio Martini, e forse anche ai suoi romanzi. Eppure il suo è un romanzo in parte nuovo, che vale la pena leggere per almeno due motivi.

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Approfondimento

Viceversa 11: Diebeslust / au voleur! / Al ladro!

Approfondimento del 02.05.2017 di Matteo Ferrari / Ruth Gantert / Marina Skalova

Editoriale

Basta aprire un dizionario per capire quanto sia ampio il campo semantico del furto: si ruba e ci si fa derubare, si arraffa, si saccheggia e via di seguito, fino al temibile verbo razziare. Nemmeno la complicità dialettale di sgaliná e stücá riesce a rendere meno sinistro il concetto. D’altronde, si tratta pur sempre di azioni per le quali si fanno i conti con la giustizia. Esistono tuttavia altri termini, meno compromessi, per esprimere il medesimo concetto, quali sottrarre, appropriarsi o l’aereo verbo soffiare. Tante parole per un’unica idea, un’attività che ha contraddistinto l’uomo da sempre, nel male come nel bene. Non risale forse alle origini il gesto folle e audace di Prometeo, che ruba il fuoco agli dei per consegnarlo agli uomini, subendo la punizione implacabile di Zeus? Adamo ed Eva poi, non furono cacciati dal Paradiso terrestre per aver osato cogliere la mela proibita?

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Approfondimenti
Un ricordo di Giovanni Orelli
(1928-2016)
Approfondimento del 09.01.2017 di Fabio Pusterla

Ho conosciuto Giovanni Orelli tanti anni fa, quando ero uno studente al Liceo Carlo Cattaneo di Lugano, allora l’unico liceo del cantone, dove lui insegnava italiano. E se comincio da qui a tratteggiarne la figura intellettuale non è soltanto per una ragione soggettiva, bensì perché ritengo che la complessità del suo lavoro richieda oggi soprattutto di ricordare, insieme all’opera dello scrittore e del critico, che costituisce, non c’è da dubitarne, il centro vivo e duraturo della sua lunga attività culturale, anche quegli aspetti legati alla memoria individuale dei giovani che hanno avuto la fortuna di conoscerlo come insegnante, come maestro: un insegnante capace di entusiasmare, un maestro capace di incoraggiare ma anche di correggere e talvolta persino di sgridare severamente.

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Racconti come missione etica
La sfida del collettivo Arbòk
Approfondimento del 18.07.2016 di Matteo Ferrari

Chiamiamolo «progetto letterario», anche se forse questa non è che una delle definizioni possibili per l’iniziativa che vogliamo presentare. Bene: i racconti del collettivo Arbòk (attenzione all’accento) sono un «progetto letterario», nato due anni fa in Ticino da un’idea di Franco Lafranca e Giorgio Genetelli. In che cosa consiste il progetto? Nel pubblicare dei racconti sotto forma di agili libretti. Uno al mese, di autori quasi sempre diversi e spesso esordienti. Da spedire poi per posta agli abbonati.
A luglio il collettivo Arbòk inizierà la sua terza stagione. 25 i numeri fin qui pubblicati - compreso il numero 0 con cui nel luglio 2014 era stata lanciata l’iniziativa - e 16 gli autori coinvolti. Ne abbiamo parlato con Giorgio Genetelli, uno dei motori di questo esperimento letterario davvero unico nel suo genere.

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Viceversa 10
Editorial / Éditorial / Editoriale
Approfondimento del 04.06.2016 di Matteo Ferrari / Ruth Gantert / Marina Skalova

Editoriale

Due gote rosse appena spruzzate dalla freschezza dei suoi cinque anni, i piedi nudi nell’erba, la gioia e le grida di una bambina spensierata che scopre per la prima volta la vastità del mondo e ancora non realizza di avere una vita intera per appropriarsene. Chi non ha mai sognato di prendere il posto, almeno per un giorno, dell’allegra protagonista del romanzo più famoso di Johanna Spyri? Chi non ha mai desiderato tornare bambino e lanciarsi a rotta di collo per i prati di qualche località di montagna, sognando magari di spiccare il volo, o di sparire in qualche fresca radura nel bosco a costruire capanne o torri di avvistamento? Per merito del libro stesso, o di uno dei diversi film a esso ispirati, o più probabilmente grazie alla celebre serie di cartoni animati giapponese, siamo tutti caduti vittime, prima o poi, del fascino di Heidi. Sono passati oltre 130 anni dall’uscita del romanzo, e ancora oggi una parte di lei vive in ognuno di noi: sono i ricordi d’infanzia, quando a nessuno importava se il mondo fosse o meno grande, purché continuasse a essere nostro.
Nel corso del Novecento, Heidi è stata forse il migliore veicolo pubblicitario che la Svizzera abbia conosciuto, il più efficace, perennemente in bilico tra un’immagine desueta della vita in montagna, sempre più lontana da un paese diventato nel frattempo moderno e frenetico, e un’icona che rimane invece di grande attualità, capace di fissare in pochi tratti tutta l’innocenza senza tempo dell’infanzia.

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Novità editoriali