L'invité
Pietro De Marchi
Pensieri in treno
Sul tavolo della cucina di casa mia corre una invisibile ma non intransitabile frontiera linguistica. A colazione o a cena, dalla parte dove di solito siedono mia moglie e mia figlia si sente parlare prevalentemente svizzero tedesco, con inflessioni di volta in volta urane o zurighesi. Dove siedo io normalmente si parla italiano, ma si capisce bene anche l'altra lingua.
Se l'italiano e lo svizzero tedesco si spartiscono abbastanza amichevolmente le zone di influenza dentro le mura domestiche, appena fuori, già sul pianerottolo di casa e sulle scale, lo svizzero tedesco si fa dominante, e mi accompagna dal tram alla stazione, e poi in treno fino a Biel/Bienne, dove i macchinisti e i controllori delle SBB/CFF passano con prontezza dal tedesco al francese. Da Bienne in poi prevale il francese, ma sulla funicolare che dalla stazione di Neuchâtel porta al lago non è infrequente sentire ancora lo svizzero tedesco delle ragazze e dei ragazzi germanofoni che vanno al liceo o alla scuola superiore di commercio. E anche tra le studentesse e gli studenti dell'università non sono rari i germanofoni. È come se le lingue passassero le frontiere insieme alle persone. Sono leggere, le lingue, come l'aria, come il respiro di chi le parla. E c'è libera circolazione, per le lingue, non si paga né dazio né dogana.
Si attraversano le lingue, come si attraversano i paesaggi che scorrono fuori dal finestrino del treno? Qualche volta ci si sente piuttosto attraversati. È come quando d'estate al mare si nuota e si nuota, e all'improvviso ci si trova dentro una corrente d'acqua più fredda, più calda. E se la corrente è fredda non bisogna stare fermi, ma sbattere energicamente braccia e gambe, fare molti spruzzi, praticare una salutare ginnastica verbale e mentale.
Mi è capitato di fare sogni (sogni appunto) in cui parlavo un francese e un tedesco impeccabili. Pur abitando a Zurigo e insegnando nella Svizzera romanda la mia lingua interiore rimane l'italiano. È del resto la lingua in cui parlo quando insegno, e in cui scrivo quando scrivo.
Ci siamo: lo scrivere. Se c'è qualcosa di cui talvolta avverto la mancanza sono i momenti di quotidiana full immersion nell'italiano, in quel brusio continuo della lingua a cui attingere anche nello scrivere, oltre che nel vivere. Fuori della mia mente c'è come una radio sempre accesa, ma è sintonizzata per lo più su canali che trasmettono la vita in altre lingue.
(maggio 2004)