Giallo in provincia

Cinque indagini svizzere

Approfondimento del 18.12.2017 di Matteo Ferrari

Se esiste un genere che gode oggi di buona salute, questo è il poliziesco. Ovunque i romanzi gialli affollano le vetrine delle librerie e scalano le classifiche di vendita. Contemporaneamente, nuove figure di investigatori vengono a dare visibilità letteraria a territori anche minimi, luoghi che fino a ieri avevano raramente avuto l’onore di figurare nella trama di un libro, men che meno poliziesco. Un filone di successo è sicuramente quello nordico, che fa conoscere una Scandinavia diversa dai luoghi comuni: pietra miliare del genere è l’investigatore Martin Beck, nato dalla fantasia di Maj Sjöwall e Per Walhöö e protagonista di una serie pubblicata in Svezia negli anni sessanta e settanta (in italiano è stata tradotta da Sellerio a partire dal 2005), alla quale si è ispirato - per sua stessa ammissione - un altro svedese, Henning Mankell, padre della figura del commissario Kurt Wallander, che in Italia i lettori di Marsilio hanno conosciuto prima attivo e dinamico e poi via via più invecchiato, fino alla terribile ombra dell’alzheimer che lo accompagna nell’ultimo romanzo, L’uomo inquieto (2009). Al loro fianco, altri nomi si sono imposti negli ultimi anni: su tutti Stieg Larsson, con la trilogia Millenium, e Camille Läckberg, entrambi svedesi e entrambi pubblicati in Italia da Marsilio, o il norvegese Jo Nesbø, entrato nel catalogo Einaudi. Da tempo ormai il genere ha travalicato la pagina scritta, fornendo lo spunto per serie televisive di successo, come la danese Forbrydelsen (Il crimine), trasmessa dal 2007 (notevole la prima stagione) o la coproduzione dano-svedese Bron/Broen (Il ponte), ambientata tra Malmö e Copenaghen. I gialli scandinavi sono meccanismi oliati; affascinano per gli ottimi intrecci ma anche per il paesaggio ampio, selvaggio e solo in apparenza idilliaco, e non da ultimo per l’indagine sociale che gli scrittori compiono, scavando sotto la patina di invidiabile perfezione che, guardando dal sud dell’Europa, caratterizza l’immagine delle socialdemocrazie scandinave.

Anche l’Italia ha recentemente conosciuto un pullulare di figure di investigatori: nuovi personaggi letterari sono venuti a conquistare regioni e città. La Sicilia ha il celeberrimo commissario Montalbano, di cui Andrea Camilleri continua a sfornare episodi e che è ormai un personaggio più televisivo che letterario; ad Aosta è giunto trasferito da Roma lo scorbutico vicequestore Rocco Schiavone, nato dalla penna di Antonio Manzini e anch’esso diventato in breve personaggio televisivo. In un nordest di suv e sospetti si muove invece l’Alligatore di Massimo Carlotto (Nordest è proprio il titolo di un noir scritto dallo stesso Carlotto insieme a Marco Videtta, edito da e/o nel 2005), a Bari e dintorni vive il giudice Guido Guerrieri, creato da Gianrico Carofiglio, mentre la Toscana è la terra in cui ambienta le sue storie il più giovane tra i giallisti che si sono fatti conoscere oltre i confini della propria piccola patria, il pisano Marco Malvaldi.
Di fronte a questo fenomeno, difficile che la Svizzera rimanesse immune. Negli ultimi dieci anni si sono profilate altre figure, eredi dei gloriosi Studer (Friedrich Glauser) e Bärlach (Friedrich Dürrenmatt), quali il commissario basilese Peter Hunkeler, creatura di Hansjörg Schneider, la cui saga è edita in italiano da Casagrande, o, in Ticino, Elia Contini, investigatore privato malinconico e un po’ fuori moda di cui Andrea Fazioli ha pubblicato sei episodi presso Guanda. A riprova che anche la Svizzera italiana, fazzoletto minimo di terra, territorio fino a qualche anno fa giallisticamente vergine, è oggi interessato da questo fervore.

A chi ancora fosse alla ricerca di un regalo per Natale o per chi, prevendendo giorni di calma, cercasse la compagnia di un libro, consigliamo cinque libri usciti di recente: alcuni ben congeniati, altri più artigianali, tutti però ambientati in Svizzera. Romanzi che al genere poliziesco potrebbero, ognuno a modo suo, ascriversi.

Giovanni Soldati, Il salto della lepre, Como, Dominioni, 2016
Perché un uomo sposato e ormai adulto, Ian Angelini, sparisce improvvisamente un giorno di fine gennaio? Che fine ha fatto? E cosa nasconde il suo passato? C’entra qualcosa il poco raccomandabile Belial, bar frequentato da Angelini in gioventù? Sono alcune delle domande alle quali si trova a dover rispondere la trentottenne commissaria Adriana Veri, «bellezza leggermente androgina che pareva uscita dalla matita di Manara». Siamo a sud delle Alpi, in luoghi non nominati ma riconoscibili, tra paesi persi in «un tappeto di campi coltivati e vigneti alla buona». Il ritrovamento a Zurigo della Volvo di Angelini, bruciata e con all’interno un corpo carbonizzato, sposta le indagini sulle rive della Limmat, dove tra i vicoli del Niederdorf si consuma a sorpresa l’ultimo atto della vicenda. Un romanzo sul filo tra legalità e illegalità, a immagine dei suoi personaggi, raramente espliciti nel raccontare di loro e degli altri, oppure a immagine della lepre del titolo, la quale ha capito che «si fugge meglio in silenzio». Una lettura spiazzante (quasi troppo), con dialoghi a volte didascalici e con il pregio di lasciare al lettore un dubbio cruciale: chi è protagonista del romanzo insieme alla conturbante investigatrice Veri: l’uomo scomparso o la sua discreta moglie Sonia?

Hansjörg Schneider, Il caso Livius. Torna il commissario Hunkeler, traduzione di Gabriella de’Grandi, Bellinzona, Casagrande, 2016
È l’alba di un nuovo anno: Basilea è innevata e si risveglia lentamente dai bagordi di Capodanno. Negli orti urbani della città, «una terra di nessuno lungo il confine, un assurdo storico del XXI secolo», viene rinvenuto un cadavere: il corpo, appeso a un gancio da macellaio, è quello di un pensionato svizzero di origini tedesche, Anton Flückiger. La situazione territorialmente intricata (gli orti sono amministrati dalla Svizzera ma situati in territorio francese) fa del caso un’indagine transfrontaliera, che il commissario basilese Peter Hunkeler si trova a condividere tra alti e bassi con la gendarmeria francese, muovendosi tra la sua città - regno di «una società chiusa, un po’ boriosa, se vogliamo, ma energica e intelligente» -, la vicina Alsazia e un Emmental arcaico e fiero. Il caso si complica quando si scopre che la vittima, solitario sciupafemmine poco propenso a parlare del suo passato, ha partecipato alla seconda guerra mondiale nei ranghi delle SS, e che negli orti esistono frizioni tra pensionati svizzeri e locatari di origine balcanica. Il romanzo è ben ritmato, i ritratti convincenti. Al disincantato Hunkeler non mancano né la perspicacia necessaria per identificare, tra le molte, la pista corretta, né l’ironia necessaria per tener testa alla realtà.

Silvio Huonder, Il buio tra le montagne, traduzione di Gabriella de’Grandi, prefazione di Fabio Pusterla, Locarno, Dadò, 2017
Va detto subito: più che un giallo nel senso classico del termine, Il buio tra le montagne è un romanzo storico. L’anno è il 1821, lo stesso della morte di Napoleone, al principio della Restaurazione. Il luogo sono i Grigioni, su un asse ipotetico che va dalla capitale Coira alle valli circostanti, dove la natura, con le sue gole e i suoi paesaggi selvaggi, ha ancora il sopravvento. Alla base della storia un fatto realmente accaduto: il brutale omicidio, in luglio, del mugnaio di Bonaduz e delle due serve che si trovavano in quel momento con lui, entrambe incinte. A occuparsi del caso è il barone Johann Heinrich von Mont, aiutato per l’occasione da due mercenari grigionesi arruolati quasi per caso al loro rientro in patria. Dall’omicidio, sul quale le ombre non si dissipano mai completamente, l’attenzione si sposta tuttavia a ricostruire l’atmosfera crepuscolare e primitiva dei Grigioni di quegli anni. Ne esce il ritratto di un momento storico in cui il buio - termine su cui insiste Fabio Pusterla nella prefazione - incombe da ogni parte, strisciante presenza in un mondo che - come si dice in chiusura - conoscerà soltanto nel 1859 l’arrivo dell’illuminazione a gas. Un’oscurità che è al tempo stesso fisica e metaforica.

Andrea Fazioli, L’arte del fallimento, Parma, Guanda, 2016
L’investigatore Elia Contini rifà capolino chiamato a indagare su alcune morti misteriose che, in Ticino e in Lombardia, coinvolgono la ditta di arredamenti dei fratelli Balmelli, la Dolcecasa. L’indagine di Contini procede insieme a quella della polizia - spesso addirittura precedendola - ma la catena di morti non sembra fermarsi. Alcune costanti fanno pensare a un omicida seriale: i corpi, freddati con un colpo alla nuca, vengono infatti ogni volta sepolti sotto una catasta di mobili. Non è questo tuttavia un libro che scava nei particolari morbosi; la narrazione è pulita, la scena del crimine appena accennata, dispersa tra le vite e le riflessioni dei protagonisti. Eppure, quando nel romanzo irrompe l’azione, tutto diventa frenetico, concitato. Bella (e cinematografica) la scena dell’inseguimento finale. L’azione rimane tuttavia circoscritta: il romanzo indaga soprattutto l’uomo. La radiografia del Ticino che ne esce è fosca: una terra fortunata, dove sotto la superficie cova però una realtà sempre più precaria, in cui l’ombra del fallimento, lavorativo o esistenziale, è dietro l’angolo. Ne sono minacciati tutti, poiché, come si legge nel capitolo che porta lo stesso titolo del romanzo, «non è facile essere poveri in un paese ricco».

Giovanni Rossetti, Un silenzio di pietra. Giallo ticinese, Locarno, Dadò, 2016
La denominazione di origine controllata, in questo libro, è dichiarata già sulla copertina, mediante il sottotitolo Giallo ticinese. Nulla da eccepire sul fatto che si tratti di un’opera ticinese, anche se in realtà il paese di Semionico non esiste sulle carte geografiche (indizi portano verso la Leventina, valle in cui lo scrittore vive). Semionico è un tipico paese ticinese, «un ambiente in cui il muschio della storia aveva tenuto insieme persone e abitudini». Nella trama fanno inoltre capolino volti noti del Cantone, su tutti il giornalista Michele Fazioli, che è addirittura un… sospettato per la sparizione di un milione di franchi dalla banca Rattaisen del villaggio. Qualche dubbio invece sulla denominazione giallo: la trama, a volte, è naif, la distribuzione degli indizi meccanica. A condurre le indagini, quasi per caso, si ritrova il salumiere in pensione Egidio Martinelli, accompagnato nel romanzo dalla nipotina Maddalena, che ha la sindrome di down e chiama Martinelli «nonnomio». Se il libro vale la pena di essere letto è perché affronta, neanche troppo velatamente eppure mai con moralismo, il tema della diversità e dei pregiudizi: la nipote disabile, la moglie africana dell’impiegato di banca colpito da un infarto il giorno del furto o ancora l’anziano «fulminato in testa» al quale Egidio si affida per avere informazioni sugli abitanti sono personaggi pieni di umanità, molto più dei sospettosi compaesani che li spiano da dietro le tende delle finestre. Una lettura locale, che strappa qualche sorriso e regala briciole di umanità.