Intervista a due voci

con Alberto Nessi e Fabio Pusterla

Approfondimento del 28.01.2019 di Carlotta Bernardoni-Jaquinta

Tra il 2017 e il 2018, Alberto Nessi e Fabio Pusterla hanno entrambi pubblicato un libro che raccoglie, secondo modalità diverse, voci, luoghi, persone, incontrati lungo il loro cammino. Una luce che non si spegne. Luoghi, maestri e compagni di via (Casagrande, 2018), si compone di una ventina di ritratti di persone care all’autore, a livello professionale e personale. Critici, scrittori, ma anche storici, architetti, insegnanti. Svizzera italiana (Unicopli, 2017) si presenta invece come un insieme di quindici passeggiate che hanno lo scopo di approfondire la conoscenza del territorio descritto appoggiandosi alle voci di autori che lo hanno visto, vissuto, raccontato e che Nessi incontra, sotto forma di fantasmi o di semplici tracce, lungo il percorso. Di queste tante voci, di luoghi fisici e astratti e del desiderio di unirli all’interno di uno stesso libro parliamo con gli autori.

Vorrei partire da un’immagine che ritroviamo nei vostri scritti per cercare di capire com’è nata l’idea di queste raccolte. Alberto Nessi, nella parte finale, riprende l’immagine forgiata da Plinio Martini che definisce il Ticino come “una forma di formaggio che non prende aria e fa i vermi” poiché “chiuso al nord dalle Alpi e al sud dal confine”. “Se ho messo insieme questo libro – afferma poi lei – è anche per dare aria a questa forma di formaggio”. A descrivere i paesaggi della Svizzera italiana non sono infatti unicamente le voci del posto, incontriamo anche, per citarne solo alcuni, Max Frisch e Mariella Mehr. Fabio Pusterla, nell’introduzione, lei sostiene invece di aver “creduto opportuno [con quest’opera] aprire una finestra su certi luoghi”. Sembra che alla base delle vostre raccolte ci sia un bisogno comune di aprire, di fare entrare. Selezionare voci, luoghi, persone, per ampliare.

Alberto Nessi: Sì, aprire la finestra, dare aria a questo Ticino soffocato dalla meschinità della destra che prende sempre più piede nella miseria spirituale dei nostri tempi. Rinfrescare il paese con la letteratura, la poesia, la memoria dei poeti e degli scrittori che lo hanno amato e lo amano.

Fabio Pusterla: Mi sembra inevitabile che l’effetto della letteratura e della cultura vada nella direzione di un’apertura, perché la letteratura è una costante apertura di senso, e nella parola della letteratura si sente sempre passare l’aria, il soffio del ritmo e dell’inquietudine, il respiro di chi è in cammino. Del resto, una delle figure più antiche che ho potuto ricordare in questo libro era la mia insegnante di francese di tanti anni fa, quando ero un ragazzino. Yolanda Fuhrmann, questo il suo nome, mi avrebbe spiegato molto più tardi che il suo “programma scolastico” era tutto riassunto in una sola frase: “Leur ouvrir un peu la fenêtre”. Credo che sia appunto questo che deve sforzarsi di fare chi vuole occuparsi di letteratura: schiudere delle finestre, lasciar passare il vento e il soffio del respiro. Ma dicendo questo devo subito anche aggiungere di non aver pensato, mettendo insieme Una luce che non si spegne, in modo particolare alla Svizzera italiana. Il discorso sulle finestre che si aprono è più vasto, più generale; anche se si può benissimo applicare al piccolo territorio in questione e alle sue evidenti e oggi terribili tentazioni di chiusura: nell’illusione di un egoismo svincolato dal mondo, nella paura un po’ ottusa di fronte al nuovo e al rischioso, nel miraggio di un’identità che si definisce soltanto in negativo, in opposizione agli altri. Una memorabile poesia di Giorgio Orelli, Passeggiata a Giubiasco, terminava appunto con la mesta constatazione di una simile paura dilagante, di una resa alla paura: «all’ovvio, all’oppio, al cancro, al rincaro». E poco prima, da una finestra illuminata appariva una donna, astiosamente chiusa nel gesto diffidente di riporre una collana dentro un astuccio. Ecco, rispetto all’astioso astuccio della diffidenza la parola della letteratura va in senso contrario.

Fabio Pusterla, i luoghi su cui ha aperto una finestra sono “luoghi reali e geografici, in qualche caso, luoghi invece interiori e culturali, in altri; perché questi luoghi sono lo sfondo concreto su cui le figure umane e le opere letterarie si sviluppano, si intrecciano, dialogano nel loro divenire.” Alberto Nessi, lei spiega che il suo libro vuol essere “una raccolta di tracce: i luoghi sono anche le parole che di loro hanno detto i poeti” e ancora: “i luoghi hanno la memoria lunga, conservano le tracce di chi li ha vissuti”. Siamo dunque di fronte a un doppio movimento che lega le parole e i luoghi, i luoghi e le voci. Nonostante la natura apparentemente diversa dei vostri due libri, mi sembra che questa importanza del luogo come tessuto, come sfondo letterario sia un denominatore comune. Si evince sin dalle copertine, che ci permettono allo stesso tempo di sottolineare le specificità delle due raccolte: una foto del Roccolo di Agra, un luogo fisico, concreto per «Svizzera italiana» e uno schizzo di Paul Klee, «Das bildnerische Denken», una mappa mentale dunque, per «Una luce che non si spegne».

FP: Una mappa mentale: non mi dispiace affatto questa espressione, visto che il mio libro cerca di disegnare un percorso che si snoda attraverso vari luoghi e vari tempi, tra molte figure per me determinanti, molte esperienze. Ma proprio per questo la mappa mentale non è affatto avulsa dalla realtà e dai luoghi concreti: li attraversa, invece, combinandone l’aspetto reale, materico con quello mentale e talvolta ideale. Il concetto di “luogo mentale”, che era molto caro a Maria Corti, non cancella affatto la tangibile realtà dei luoghi: ma non si accontenta di quella, la trasforma.

AN: Il roccolo della copertina può essere visto come simbolo di cattura: invece di catturare gli uccelli per mettrli in padella, come si faceva in Ticino fino a metà Ottocento scandalizzando gli Svizzeri tedeschi, mi propongo di catturare scampoli di tele letterarie tessute da scrittori e poeti. E non dimentico, nella mia cattura, di ricordare al lettore che ad Agra, il paese di quel roccolo, non c’era soltanto l’idillio visto da Hermann Hesse, se nel sanatorio campeggiava la croce uncinata, sopra la testa di medici nazisti che non curavano i pazienti ebrei.
Oggi la letteratura di qualità è in ribasso rispetto alle chiacchiere d’intrattenimento, e ho sentito il dovere di scrivere questo libro. Vorrei ricordare che nel 1986 avevo già pubblicato un libro sulla Svizzera italiana, intitolato Rabbia di vento: ma si trattava piuttosto di un ritratto sociologico del mio paese, composto di testi eterogenei: non solo poesia e narrativa ma anche storia e testimonianze. Ora, invece, mi attengo alla letteratura.

Alberto Nessi la sua non è, lo specifica lei stesso, “un’antologia della nostra letteratura”. Eppure raccoglie molte delle voci della letteratura svizzera. Voci che si uniscono alla sua e con essa interagiscono: “Essere simili e insieme diversi, com’è diversa la parola letteraria che ho cercato di scoprire, in queste pagine nate camminando: parola nata da luoghi conosciuti ma sempre nuovi, quando si ha la pazienza di guardarli e di leggere, o rileggere, gli scrittori e i poeti che questi luoghi hanno visto prima di noi, insieme a noi”. Fabio Pusterla, facendo riferimento all’attività di Matteo Terzaghi, definisce la scrittura una “pista, un sentiero […] che amplia l’orizzonte del visibile: grazie alla scrittura, qualunque posto può diventare grandissimo”. In che misura il percorso, il passaggio, che sia fisico – una passeggiata – o virtuale – attraverso la memoria, la lettura – permette di vedere diversamente il presente?

AN: Questo libro è una passeggiata simbolica nei testi letterari e una ricognizione di luoghi: la passeggiata trasfigura i luoghi, arricchendoli. La Svizzera italiana è stata fonte di miti, sogni che non dobbiamo dimenticare, appiattiti come siamo sul presente. La tradizione ci aiuta a sentirci vivi criticamente, ed è importante prenderla in considerazione, per capire davvero il nostro paese.

FP: La realtà “così com’è” minaccia sempre di apparirci piatta, banale, unidimensionale; ma per fortuna la realtà non è mai, o quasi mai, “così com’è”, e sotto la sua superficie si nascondono una complessità, una rugosità e un’ampiezza che, portate alla luce, fanno respirare meglio le cose, ridanno loro il senso dell’avventura e della prospettiva, consentono di immaginare il futuro. Un grande poeta del Novecento, Camillo Sbarbaro, scriveva che, se la sirena del mondo perde la sua voce (e la sirena è anche la figura mitica che ci attrae verso la conoscenza), «tutto è quel che è, / soltanto quel che è». Per contrastare questa forma di mineralizzazione e di appiattimento la memoria è uno strumento a mio avviso fondamentale: fa apparire la vastità del tempo in cui il presente si inscrive, relativizza le pretese della realtà di apparirci come unica e immutabile, e restituisce al tempo in cui viviamo il senso di un divenire e di una vertigine. E una grandezza, anche, simile a quello che avvertiamo, in un altro modo, ascoltando un brano musicale. La memoria e la musica, entrambe in relazione con il tempo e la sua scansione, ci aiutano a non lasciarci inghiottire dalla disperazione del presente.

Riportare alla luce le voci del passato implica inevitabilmente un paragone con il presente. Tramite la voce dell’autore, naturalmente, ma anche tramite alcune tematiche – comuni alle due raccolte – che sembrano riemergere dai discorsi del passato per riaffermare la loro attualità nel presente: un consumismo sfrenato, la speculazione immobiliare, lo sfruttamento del territorio, dello spazio come luogo di consumo, l’impossibilità, oggigiorno, di un vero incontro. Fabio Pusterla, commentando le considerazioni di Raffaello Ceschi sui rapporti fra Ticino e Svizzera lei ricorda al lettore quanto sia “importante conservare la memoria del passato”. Possiamo estendere questa affermazione in riferimento alla sua opera? Riproporre dibattiti e tematiche delicate già trattati altrove in questa nuova pubblicazione è anche un modo per riconfermarne l’importanza?

FP: Raffaello Ceschi era uno storico, e quindi non si limitava a utilizzare la memoria, ma la trasformava in vera e propria narrazione strutturata del passato. Ora, se nella risposta precedente parlavo della memoria come strumento diciamo così soggettivo e individuale, qui appare invece il senso della storia: che forse non sarà sempre, come dicevano gli antichi magistra vitae (e Montale chiosava sarcastico: «la storia non è magistra / di niente che ci riguardi»), ma che rimane uno strumento potentissimo per leggere meglio la confusione del presente. Viviamo in un’epoca di grandi e drammatiche contraddizioni, sentiamo che alcune certezze del passato anche recente, cioè del secolo XX, stanno venendo meno; e in questa situazione di profondo disorientamente e di grande preoccupazione, dimenticare la storia, ciò che la storia può aiutarci a capire di noi nel nostro oggi e di noi nel nostro ieri (e, forse, nel nostro domani), equivarrebbe a un suicidio culturale. Purtroppo, temo che appunto questo minacci spesso di accadere.

Alberto Nessi, durante le sue passeggiate, si percepisce una certa nostalgia rispetto al passato. Alle voci letterarie, le voci dei ricordi, si alternano pezzi di conversazioni sentite in un treno, un ristorante, scene del quotidiano che, in un qualche modo, escono dal quadro pur facendone parte. Parte di questa nostalgia sembra dovuta all’individualismo che caratterizza i nostri tempi; siamo tutti come “omogeneizzati”, “inscatolati”. Il suo è al contrario un testo che unisce le voci proprio per moltiplicare gli sguardi. Questa raccolta esprime dunque anche formalmente, per la sua composizione, il bisogno di vincere questa omogeneizzazione?

AN: Non è tanto nostalgia, quanto la constatazione della miseria del presente rispetto al senso di mistero che emanava dai nostri posti, nella giovinezza: nel bosco Isolino c’erano ancora le ninfe, magari sotto forma di ragazze desiderate; gli operai delle periferie alimentavano l’immaginazione. Oggi l’aridità, l’avidità, le insegne dei centri commerciali vincono la partita, anche nella Svizzera italiana. Vorrei precisare che questo libro rappresenta, per me, anche una sperimentazione letteraria, che si propone di far convivere la mia voce di narratore, con quella del saggista. O meglio: di dar vita a un genere letterario ibrido, senza tradire la mia vocazione poetica.