Una saggezza con il volto dell'ironia

(Un ricordo di Aurelio Buletti)

Approfondimento del 23.01.2024 di Leopoldo Lonati

«…la scampano solo parole / oltre l’Arrivo» [1]

Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, Aurelio Buletti (Giubiasco, 7 maggio 1946 – Lugano, 16 novembre 2023) è stato figura esemplare per umanità e cultura.
In questi anni lo si poteva incontrare per le strade di Lugano in compagnia della moglie Giovanna, al bar Pedro o più recentemente, quando i suoi tragitti si eran fatti un po’ più brevi, in qualche bar di Cassarate a sorseggiare un caffè.
Uomo di lieve e intelligente (auto)ironia, ci ha regalato una scrittura calma e lieve ma non superficiale: una poesia da camera, aerea come una «farfalla», secondo un’immagine di Clara Caverzasio ripresa da Gilberto Isella in un bel testo apparso nei «Quaderni grigionitaliani» del 2006.
Poesia da camera di un poeta dalle scarpe robuste però, come quelle che calzava anche solo per scendere le scale e accompagnarti al cancello. La leggerezza e la robustezza di chi conosce bene il suo mestiere e oscilla tra il vedersi ora in figura di volatile (beccuzzo qualche immagine / nell’erba della vita e dei poeti [2]) e ora di asino:

Mi è fratello l’asino.
Vorrei fare talvolta
versi che ragliano, versi che portano
alla discarica fardelli, some,
tristezze di chi legge, pesi, schegge.
E versi che si nutrono di cardi.
[3]

C’era qualcosa di francescano in questo suo vivere la vita, con i suoi chiaroscuri, in letizia: una speranza un po’ selvatica, non riconducibile dentro le cinte di una fede o di una pratica confessionale, ma profonda e saggia. Ad ogni giorno basta la sua lena [4], la sua traduzione dell’evangelica lode dei gigli.
Personalmente gli devo molto, dal giorno in cui ci siamo incontrati alla cerimonia del premio Schiller 2006, lui il vero premiato per la sua splendida raccolta E la fragile vita sta nel crocchio, quando fece di tutto per distogliere l’attenzione da sé. Gli devo gratitudine per i preziosi consigli di questi anni e per la pazienza e la perizia con cui ha accompagnato la scrittura del mio ultimo libro.
Anni in cui ho imparato a conoscere un uomo capace di vivere nella verità di ciò che si è e che non gioca d’astuzia con niente e nessuno. Un uomo di gran rispetto, innanzitutto per la propria umanità e i propri limiti; e per quell’altro con cui intendeva sempre dialogare. Non a caso in Né al primo né al più bello (1979) ad ogni testo corrisponde una pagina bianca dichiaratamente omaggio e spazio creativo per il lettore.
Uno sguardo di verità non privo di ironia il suo. Quell’ironia che attaversa tutta la sua scrittura e che anche oggi mi appare come un esercizio quasi spirituale. Un sorriso dello spirito che nulla toglie alla serietà di una coscienza capace di fare piccoli giochi di prestigio con i ricordi e le piccole vicende della vita quotidiana.

Stamattina al Bar Breva arriva la signora Franca, che deve avere almeno 90 anni e recentemente ha avuto problemi seri di salute. Dice: «È brutto diventare vecchi». Io: «L’alternativa è una sola e non piacevole». Lei: «Quale?». Io: «Morire giovani». Sublime la sua risposta: «Ci penso»… mi scriveva non molto tempo prima della sua scomparsa.

Da piccole vicende come queste, afferrate quotidianamente, nasceva una poesia capace di fare sempre un salto di cornice, non per negare la realtà ma per cercare di allargarne gli orizzonti:
«Non neghi che la vita sia dura / - in questo i vecchi si dicono esperti - / ma ti sembra impossibile ridurla / a un unico attributo» [5], scriveva in Riva del sole (1973).

Nello stesso libro si poteva leggere

La buona gente quando la si incontra
chiede della salute:
-La salute e poi più!–
Il mio amico malato
si inventa i giorni nel margine zero
che gli lascia la buona gente.
[6]

Non è quello di Aurelio Buletti un ridere per non piangere ma un intelligente richiamo alla fraternità. È un invito (in questo forse anche l’insegnante che è stato) a correggere il tiro: un modo di dare una scrollata a se stesso e all’interlocutore: di tenere a freno, allo stesso tempo, la logica e il sogno. Una specie di regolatore interno che permette innanzitutto di vivere in pace con se stessi.
Aveva ragione Aleksandr Blok quando scriveva che fare dell’ironia vuol dire prendere le distanze: quelle distanze che forse consentono di capire quale sia la giusta importanza da attribuire alle cose. In questa distanza di parole lievi, parole pensate lietamente [7] anche se camminano nel dubbio [8], pare di sentire un sottofondo di silenzio paragonabile a quello di un lago che culla una barchetta.

Aurelio Buletti è stato per me un maestro che a maestro non voleva atteggiarsi. Il mondo dei suoi testi è il mondo visto con gli occhi di un passante, ma di un passante curioso e attento, che come in una camminata invernale, preferisce stare sempre dalla parte del sole: «non si cammina sul lato dell’ombra» [9] scriveva nelle bellissime Poesie per Gio in Segmenti di una lode più grande (2002).
Capitava (ed ho il sospetto fossero tanti quelli come me) che, per posta elettronica o per la via più ordinaria, spesso il sabato sera all’ora del vespro, ti inviasse un breve saluto: con un ritaglio di giornale, un disegno o una vignetta. Altre volte era la fotografia di un angolo di strada luganese o un’immagine dalle sue vacanze engadinesi: un rametto intrappolato nella neve gelata o un ciclista che sfreccia sul lago ghiacciato. In una di queste foto, un sacchetto di carta in bella mostra raccontava di un paese fiero delle proprie uova: «Aus Liebe zum Dorf, wo wir auf unsere Landeier stolz sind». Ecco, forse la sua contentezza di scrivere assomigliava un poco all’allegrezza di un contadino al vedere le uova delle sue galline. Con la differenza, diceva in una sua vignetta, che le uova hanno più “audience”. Sempre con l’intenzione di regalare un sorriso con un filo di quell’umorismo che (ce lo dice in uno dei suoi Trenta racconti brevi) «non rischia mai di essere assolutizzato, così bisognoso com’è di nascere occasionalmente, dalle cose del quotidiano, nelle storie, nei racconti» [10]. Tutto questo mi pare facesse di lui un osservatore arguto con l’aria di un sognatore.

La puntualità e la finezza con cui leggeva i testi che gli mandavo sfociavano in risposte brevi ma precisissime. «Qui aiuti il lettore», «Qui introduci…», «Qui … vedi come sono incerto». Eppure là dove si scusava per i suoi limiti io vedevo una grande conoscenza della lingua e della metrica. «Cose baggiane» le chiamava lui: io naturalmente leggevo con grande attenzione.
Pochi giorni prima della sua scomparsa mi aveva inviato due brevi prose (datate anni Settanta) ritrovate mentre cercava di capire se tra le sue carte c’erano testi a sufficienza per un nuovo «smilzo libro di poesie»...
Mi sembrò come uno che improvvisamente si ricorda di aver scordato qualcosa e torna sui suoi passi:

«Ora: quest’uomo è un poeta. O almeno: è stato un poeta. A meno che fra le due affermazioni non ci sia differenza. È una questione difficile: se uno è stato poeta, lo è per sempre? Con cautela ancora maggiore si potrebbe dire: quest’uomo quando era giovane ha scritto poesie. Forse sarebbe giusto rinunciare in generale all’uso della qualifica poeta. Si dovrebbe dire: Tale Talaltri ha scritto alcune poesie. Oppure: Tizio Caio ha scritto migliaia di poesie, si può leggere il meglio della sua produzione nella Antologia stretta curata dall’autore medesimo. Oppure: Gaia Scriba ha pubblicato due libri di poesie, Fiore degli anni e Frutta mista. Eccetera, risalendo fino ai maggiori».

Aurelio Buletti non era certo poeta (per riprendere un’immagine di Prezzolini) che gettando una piuma dalla finestra si aspettasse un gran fracasso. Ma che qualcuno, magari seguendo un raggio di sole, si potesse voltare per guardarla, quello sì. Così: en passant, semplicemente per regalarsi un sorriso.

Sul suo tavolone coperto di linoleum in quella che chiamava cucina nord, un angolo dove aveva ricavato il suo spazio, e custodiva per offrirveli i suoi caffè, avevamo letto e riletto il mio testo scritto per il numero di «Viceversa» in preparazione, proprio qualche giorno prima che ci lasciasse. Aspettava che gli inviassi la versione definitiva. Non ho fatto in tempo.

Tempo che rimane invece per riscoprire la sua poesia sperando, come già auspicato da altri, di rivederla presto a stampa. Ci parrà di vederlo venire su una smilza barchetta di parole che lieto rema e canticchia. E lui ci saluterebbe ancora così:

Mi chiamo Aurelio Buletti
Non mettetemi dentro nei poeti perfetti.
[11]

oppure

Sono poeta minimo,
ospite occasionale e sconosciuto
della signora musa.
[12]

Valeva la pena conoscerlo. E vale ancora, perché quando muore un poeta, loro, le parole, la scampano.

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[1] A Fabio Muggiasca che scrive viaggiando in treno in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 61
[2] Erbe in Terzo esile libro di poesie, Lugano, Natale Mazzucconi, 1989, p. 53
[3] Un’eventuale utilità della poesia in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 46
[4] Mattutino di maggio in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 56
[5] Non neghi che la vita sia dura in Riva del sole, Lugano, Pantarei, 1973, p. 21
[6] La buona gente quando la si incontra, in Riva del sole, Lugano, Pantarei, 1973, p. 25
[7] Un bel silenzio in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 5
[8] Lieve luce in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 7
[9] Precauzione del sole in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 15
[10] Trenta racconti brevi, Bellinzona, Casagrande, 1984, p. 15
[11] Rosa shoping, Riva San Vitale, Fondazione Diamante - Laboratorio La linea, 2005
[12] Modestia in Segmenti di una lode più grande, Viganello, Alla chiara fonte, 2002, p. 45