L'ultima innocente
Romanzo

Si può rinunciare alla felicità a sedici anni? Si può avere paura di un padre che ha trasformato il dolore in rabbia e la scarica sui figli? Sarah abbassa la testa, ma i suoi occhi blu dicono di no, dicono che un’altra strada è possibile. Una famiglia sulle spalle, un passato felice e un presente da dimenticare: ma il futuro è là, basta allungare la mano e andarselo a prendere. Una storia che fa riflettere. Una storia sulla famiglia, sui rapporti complessi che costruiscono gabbie dalle quali è difficile fuggire. Una storia che traccia il filo sottile tra l’innocenza e la colpevolezza e ci ricorda che tutto è in equilibrio precario e basta un soffio per finire dalla parte sbagliata.

(presentazione del romanzo, Salvioni)

Recensione

di Matteo Ferrari
Inserito il 22.01.2018

Sarah Santi è una studentessa liceale; vive con il padre Massimo, umorale e manesco, e con due fratellini ai quali deve badare: Jonathan e Maddalena. In poco tempo, la famiglia ha affrontato due lutti devastanti: la morte per cancro della madre e quella del fratello maggiore, Alessandro, perito in un incidente d’auto. A ciò si aggiunge una situazione economica non facile: i soldi non bastano mai e anche per questo il padre fatica a tenere unita la famiglia. L’ultima innocente, romanzo d’esordio di Sibilla De Stefani, classe 1987, assistente di letteratura italiana all’Università di Zurigo, narra la storia di Sarah, adolescente che scopre il mondo – scoperta in cui l’amore ha un ruolo di primo piano, così come l’amicizia con la compagna Angela – e tenta di definire la sua identità in un contesto cupo e sfavorevole. A complicare il quadro, si aggiungono i rapporti non sereni con i nonni, i problemi a scuola e soprattutto la necessità di tenere segreta proprio quella storia d’amore che potrebbe dare alla ragazza forza e coraggio. Il padre non approva infatti che la figlia frequenti Samuel, fratello di quel Davide, oggi tetraplegico, che era alla guida dell’auto sulla quale è morto Alessandro. Nulla è insomma facile per Sarah, chiamata a essere al tempo stesso figlia e moglie, sorella e madre; il tutto nel mezzo di un’età difficile, dove ingenuità e velleità si mescolano di continuo.

La storia è ambientata negli anni duemila, l’immaginario rispecchia quello dei giovani cresciuti negli anni novanta: le partite alla Playstation, le Marlboro light sfumacchiate tra amiche, le canzoni di Vasco Rossi («Loro quattro e tutto il mondo fuori», p. 292). Il luogo non è precisato, una città con la sua periferia diffusa come potrebbero essercene ovunque nel mondo occidentale. L’autrice, ticinese, sceglie di slegarsi da un territorio preciso utilizzando parole che in Svizzera non hanno corso, come «busta» per ‘sacchetto di plastica’ o «preside» per ‘direttore di scuola’. Le frasi sono brevi, raramente subordinate, e la narrazione procede per accumulo di fotogrammi.

Erano lì, stravaccati sul divano come due divinità greche che ingurgitano pop-corn.
Sarah era appoggiata sul petto nudo di lui. Aveva i vestiti in disordine ed era tutta spettinata.
Jonathan gettò un grido. […]
Fece un cenno disperato a sua sorella. A
lui. Ma nessuno si muoveva.
In quel momento papà entrò nella stanza.
Johnny seguì il movimento dei suoi occhi. Guardò i due ragazzi in piedi. Guardò suo figlio. E capì tutto.
(p. 255)

Nel complesso la trama è ben congeniata, eppure il libro ha un difetto, legato non tanto al montaggio dei fatti, convincente, quanto alla narrazione degli stessi: la lingua è spesso stereotipata. Non emerge praticamente mai il tentativo, che è o dovrebbe essere stilistico, di appropriarsi di tale mezzo espressivo. Nell’Ultima innocente l’autrice si lascia spesso trascinare da formule convenzionali, dalla lingua trita dell’uso, arrivando a scrivere troppe pagine, più di quante la storia, pur interessante, richiederebbe. Vi è in questo un paradosso che non si risolve: la scelta di una lingua a scatti, costruita con frasi scarne, mal si concilia con una simile bulimia di fatti e parole, che a lungo andare depotenzia l’intera narrazione.

Lo amava. Guardava il suo corpo immobile nella luce abbagliante del pomeriggio e sapeva di amarlo. Gli voleva bene. E anche di più. Lo sentiva vicino. Era il suo compagno: l’altra metà di sé. Eppure non riusciva a dimostrarglielo. Non in quel modo lì. Il suo corpo si contorceva sotto le sue mani. Si dibatteva come un serpente inchiodato al muro. Le sue mani si alzavano, spasmodiche, a trattenere le sue. Ad allontanarle da quel suo corpo indemoniato. Eppure lo amava.
Amava le sue mani. Il suo sorriso. Il suo sguardo. Amava la sua forza. La sua impazienza. Amava lui, tutto, così com’era. Amava vederlo ridere. Odiava essere così, essere lei.
(p. 169)

L’ultima innocente è un romanzo senza luce, dove le difficoltà si sommano senza mai annullarsi: a ogni possibile svolta, la trama imbocca sempre lo sviluppo peggiore. Se appena nel romanzo pare esserci uno spiraglio di salvezza per qualcuno dei personaggi, tale prospettiva viene immediatamente annullata da un ulteriore precipitare degli avvenimenti. Le complicazioni sembrano dunque programmatiche e, in fin dei conti, scontate, fatto che toglie loro forza. La ragazza impara tanto e molto in fretta, anche a tenere testa al proprio padre-padrone. È però difficile dire se cresca veramente. L’ultima innocente non è un romanzo di formazione. L’impressione è al contrario che, sovrastata da eventi tanto cupi, la protagonista non evolva, né nel bene né nel male, perché un’evoluzione è impossibile, ma si lasci semplicemente vivere. Il finale corre verso un epilogo tragico e folle: Sarah e Angela, con i rispettivi fidanzati, decidono di scappare di casa portando con sé la piccola e innocente Maddalena. Una fuga in auto motivata dalla rabbia e dalla voglia di scoprire il mondo, che, pur con qualche forzatura, scuoterà la storia e, forse, la vita della protagonista.