Madre Assenza
E del resto cosa sai del tempo, dei fatti che accadono? Mentre vai al negozio dicono che un corpo è stato trovato nel lago, galleggiava sbattendo, allora sali verso casa e vedi un signore seduto all'angolo della strada, lo vedi spesso in pantaloncini corti, fermo, immobile; guarda indietro pensi, guarda dove nessuno vuole più guardare e così lo lasci a se stesso. Poi ci ripensi, torni, cerchi i suoi occhi.
(dalla quarta di copertina, La Vita Felice)
Tenerezze a margine: "Madre Assenza" di Massimo Daviddi
A un primo sguardo, Madre Assenza di Massimo Daviddi colpisce per uno stile sobrio, delicato e apparentemente "scarico". Il libro consta di 85 prose poetiche brevi, raccolte in due sezioni: Oltre la ramina, dedicata al motivo del confine*, e la sezione eponima, che occupa la quasi totalità del volume. La struttura paratestuale della raccolta è esile, ridotta all'essenziale: i testi - in gran parte senza titolo - sono accompagnati da una rapida prefazione di Maurizio Cucchi, e da uno scarno apparato di note (a piè di pagina e in chiusura), che forniscono riferimenti spaziali e dati sull'eventuale prima uscita dei componimenti. Le prose di Madre Assenza, così, prendono un particolare risalto, a cui contribuisce anche la soluzione tipografica: ogni testo, solitamente compreso tra le quattro e le nove righe, campeggia isolato nella pagina, seguito da una vasta area bianca. L'esperienza dell'occhio accresce il tono di calma meditazione con cui l'autore - secondo una ricetta tipica della lirica - alterna riflessioni valoriali ed epidittiche a scene di vita più o meno quotidiana, presentate in modo estremamente scorciato. I vari "casi" rubati dalla cronaca - perlopiù nera, intima e "minima" - sono tenuti insieme da un dettato sobrio e omogeneo. Fin dall'inizio, tuttavia, l'esibita serenità del tono cela delle piccole crepe, delle incrinature che minano l'orientamento o la tenuta del discorso. Vediamo uno dei primi testi del libro:
Non abbiamo speranza, non conosciamo quale odore
spinga i cinghiali oltre la ramina, dove vanno esuli a man-
giare le bacche e come dicono molti a distruggere, non
sappiamo perché il carosello di branchi uniti dal desiderio
venga vicino alle nostre case, esca e scavalchi venendoci
incontro, saltellando; quale sia la pressione del sangue, le
loro aurore, quale sia la violenza vera, come dirla. (p. 15)
Si noti il brusco salto argomentativo dell'attacco, dissimulato da una sintassi fluida e articolata: un enunciato esistenziale impegnativo come Non abbiamo speranza è accostato a una dichiarazione di ignoranza in merito alle abitudini dei cinghiali. Discontinuità del genere - abbastanza diffuse nella raccolta - si collegano a una volontà di reticenza: spesso il poeta preferisce tacere, concentrandosi su angoli talmente scorciati che il quadro, il contesto di appartenenza, risulta confuso e inafferrabile. Il brano esemplifica un altro tratto stilistico tipico di Madre Assenza: la predilezione per l'interrogativa indiretta, anch'essa legata a una postura epistemologica debole. Le poesie, infatti, esprimono spesso dubbio o ignoranza in merito agli accadimenti o alle loro interpretazioni ("Non chiedere alle erbette cosa sia questa luce, perché davanti a casa sanno e non sanno se dal confine la pianura tiene le nostre vite che sentiamo fuggire", p. 17; "Della schiena non conosco nulla", p. 61; "ma non è detto che il giorno prenda altro corso e che la morte, perfino, sia solo una parola", p. 67) Queste professioni di ignoranza non implicano disimpegno, e nemmeno una facile umiltà socratica. La fallacia del conoscere, al contrario, deriva direttamente dalla radicale impermanenza degli individui e degli stati di cose:
È la distanza a dire cosa siamo, quando pile di foglie
ardono, tu sei lontano eppure per questo vivi e sai, mai per
raggiungere. (p. 20)
Così si chiude Oltre la ramina, su un infinito transitivo il cui uso assoluto crea un effetto di sospensione e frustrazione (come nel caso del precedente distruggere dei cinghiali), rafforzato dalla suggestiva baciata contigua sai: mai. La dispersione, la distanza e l'isolamento sembrano essere le conseguenze prime del divenire. Nella sezione Madre Assenza, il motivo dello "svanire" è centrale, e si sviluppa attraverso una serie di scene ricorrenti, tra cui spiccano la malattia, la rievocazione dell'infanzia e gli "incidenti". Si veda, ad esempio, l'antica esortazione a mettere la canottiera che "torna ancora da quasi vecchi" (p. 55); lo spegnersi di Paolo - presumibilmente un anziano - che a un tratto smette di muoversi e parlare, simile a "un cane senza padrone che costeggia la provinciale, poi entra nel bosco per tornare se stesso, uguale" (p. 62); la descrizione scorciata di un tragico incidente stradale ("il grido di Sara alla mamma, "papà è nelle fiamme!" e Andrea, la moto nel sangue, il cane a passeggio. E non si trovano più, sono e non sono, per molto tempo il nulla.", p. 100). I componimenti tendono ad addensarsi attorno a nuclei tematici: i pochi testi provvisti di titolo fungono da capofila, raccogliendo i successivi in una sorta di "criptosezione", non altrimenti rilevata a livello paratestuale. È il caso, ad esempio, di La città brucia (p. 91), a cui si possono ascrivere i dodici testi successivi, ruotanti intorno alla strage ferroviaria avvenuta a Viareggio nel giugno del 2009 per il deragliamento di un treno-cisterna ("un siluro pieno di scintille entra nella stazione di Viareggio. E la città brucia." (p. 96).
Particolarmente importante, nell'economia strutturale e formale del libro, è il motivo della malattia: mettendo insieme diverse prose, è possibile ricostruire un'esile sottotrama relativa alla degenza "terminale" di una persona molto vicina all'io lirico, avvenuta probabilmente all'istituto Palazzolo di Milano (p. 76). Tuttavia, la storia di questa paziente si confonde con quella di altri malati; inoltre, le prose relative alla malattia si mescolano a considerazioni di ordine generale. Si veda ad esempio questa prosa, in cui i riferimenti concreti sono elusi, nascosti sotto la compostezza del tono o la malinconia "generalizzante" del paragone:
La malattia cresce così, svenendo e non volendo mangiare,
cresce nel piatto lucido, nelle viscere vuote, poi ci si
riempie, d'improvviso. Quanti vasi nelle case prolungano la
vita di fiori e piante, eppure è una vita artificiale, non più
radici e terra, non freddo e caldo.
In altri testi, come la descrizione dei campi di calcio circostanti l'ospedale (p. 35) o il tenero incontro di p. 77, l'autore segue una strategia di aggiramento: un tentativo, forse, di neutralizzare il monopolio fisico/discorsivo della malattia, o di esorcizzare il trauma maneggiandolo con cura, ma senza rimuoverlo. Ad ogni modo, nei testi che seguono Monte (p. 72 e ss.) il motivo della malattia si annoda più esplicitamente al nucleo riflessivo della raccolta: "Cos'è di noi quando non sappiamo più di essere noi, cosa succede nello sguardo che abbiamo ogni giorno […]? Una passeggiata dove a passi lenti arriviamo alla vetta ma poi non possiamo più tornare indietro, scendere e allora camminiamo intorno, istanti che sono il tempo, il nostro punto di partenza." (p. 73). La prosa - che potrebbe richiamare, ad esempio, gli effetti di una malattia come l'Alzheimer - raffigura l'esistenza dell'individuo come un percorso a senso unico verso la perdita di autocoscienza. Nel testo successivo, l'assenza "individuale" viene addirittura ricondotta al movimento delle ere, tramite la prosopopea del "Saurus", un essere che prende la parola dall'interno di una teca di vetro. Si tratta di uno dei rettili fossili ritrovati presso il Monte San Giorgio, nei pressi di Lugano, ambientazione principale dei testi legati a Monte. Il Monte San Giorgio, tra l'altro, è stato dichiarato patrimonio dell'UNESCO per l'eccezionale fauna paleontologica, composta in buona parte da sauri. A questo proposito, si noti per inciso come la grafica di copertina, una sinuosa linea azzurra, ricordi la corporatura di questi rettili preistorici (come, ad esempio, il ceresiosauro). Tornando al testo, dopo la dichiarazione di smemoratezza fornita dal fossile ("Non posso dire nulla del passato"), Daviddi chiosa così: "Milioni di anni fuggiti senza dar conto di quelle emozioni, l'avvento di un'era che cancella tutte le altre, tutte, le porta nella cantina buia, nascosta, della vita" (p. 74). La storia, dunque, funziona come una serie continua di usurpazioni, per cui ogni stato di cose rimpiazza quello precedente, mandandolo "in cantina" e alimentando così la "dispersione delle vite" ("nel mondo si disperdono le vite", p. 78). La poesia di Daviddi, dunque, si confronta con la Natura e i suoi meccanismi, secondo un "pedale" simile a quello di Pusterla (si veda anche l'acribia paleontologica). Il suo approccio, tuttavia, si distingue per l'assenza di titanismo: la natura non è una crudele magnifica matrigna a cui opporre resistenza, ma una trafila ininterrotta in cui le creature si avvicendano, scalzandosi una con l'altra ("Esige ogni corpo che la sua vita chiami un'altra", La città brucia, p. 91). Individui, animali, epoche storiche: tutto si origina dall'assenza, e tutto procede, inesorabilmente, verso di essa (da qui, forse, la personificazione lievemente ossimorica che dà il titolo alla raccolta). In Madre Assenza Daviddi si propone di indagare i momenti della vita umana in cui questa "maternità" è più in risalto: si capisce, così, l'interesse per il margine estremo della vita, sia esso un improvviso "vortice di morte" (p. 91), o un lento, progressivo smorzarsi ("chi soffre e sente il proprio divenire meno forte", p. 91). Anche lo stile si conforma a questi percorsi riflessivi: dalla postura dubitativa alla predilezione per l'ellissi e lo scorcio, fino al ritmo cadenzato ottenuto grazie a una sintassi "a fisarmonica", espansa attraverso iterazioni e elenchi.
La lingua di Daviddi prova a stabilire un ordine che però da subito non tiene, si allenta, non cerca di trattenere ma "lascia andare". In questa esplorazione del margine, l'io procede con cautela, a marce ridotte: non ingombra, ma nemmeno tenta di nascondersi. Mette a fuoco gli eventi con la delicatezza necessaria a sentirli svanire: non rimuove il trauma, ma prova a disinnescarlo. Questa strategia di "attenuazione", talvolta, comporta il rischio dell'oleografia, o, meglio, dell'acquerello: lo zucchero ricopre la pillola, il dramma viene diluito, si smorza, per contrasto, in una pronuncia troppo dolce e stupita ("Ci piace toccare la terra, ne siamo figli e ci torniamo, cresciamo con i suoi sensi […] Vediamo terra dentro le nostre mani, ne usciamo con quel silenzio che solo si conosce da vivi, da quando c'è respiro.", p. 32; "C'è un corpo da trattenere tutto, dentro e per immagini, questa voglia di essere che viene fuori da carezze e momenti di accoglienza", p. 59). Madre Assenza riesce invece più efficace quando è più teso, quando introduce piccole forzature, ripensamenti, strade interrotte. E quando si abbandona alla verve, senza perdere in tenerezza; come in questo elogio del disordine, inteso come un'arma ironica e spuntata, quasi un vaccino contro l'entropia che ci ha generato e in cui - senza eccezioni - ritorneremo:
Sia benedetto il disordine per tutto quello che non
abbiamo fatto e lui ha fatto per noi, sempre allegro fino
alla malattia, alla morte, alla consunzione che è un tratto
periferico, lo sappia chi vuole una pulizia perfetta, la scala
tirata a lucido. Ci accompagni mentre si pensa al peggio
e non succede, venga verso di noi e rida. (p. 58)
*Ramina è un ticinesismo indicante la rete metallica di recinzione che, in alcuni tratti, separa il territorio svizzero da quello italiano.
Cinque anni dopo aver ricevuto il Premio svizzero di letteratura per Il silenzio degli operai (La Vita Felice, 2012), Massimo Daviddi pubblica un libro in cui la versificazione cede definitivamente il passo alla poesia in prosa. Madre Assenza si articola per brevi quadri, con frasi spesso sincopate e una narrazione minima affidata alla registrazione di attimi, di gesti e di silenzi (parola chiave che ritorna, seppur camuffata, sin dal titolo). Lo sguardo compassionevole dell'autore sottrae tali momenti al quotidiano e, in definitiva, all'oblio, parlando di "noi che vorremmo noi stessi altri, sfuggiti alla cronaca, ai genitori, al giorno".
(Matteo Ferrari, «Viceversa Letteratura» n. 12, 2018)