Succede sempre qualcosa

Cosa succede se un narratore decide di recarsi, una volta al mese e per un anno intero, in un’anonima piazzetta di periferia? E se la temuta responsabile del personale di una grande azienda licenzia un giovane appassionato di tigri? Come si sopravvive a una discesa negli inferi del celebre Carnevale di Bellinzona o a una spedizione nel centro commerciale più grande d’Europa?
Dal resoconto di viaggio alla divagazione sul tema, dal reportage narrativo fino al western, questi trentasei racconti di Andrea Fazioli si muovono con disinvoltura tra i generi più diversi, dando vita a un libro in cui succede sempre qualcosa.

(Dalla presentazione del libro, Casagrande)

Recensione

di Alceo Crivelli
Inserito il 17.08.2018

Dopo la fortunata serie di romanzi polizieschi che vedono protagonista l’investigatore privato di Lugano Elia Contini, Andrea Fazioli presenta la sua prima raccolta di racconti, intitolata, secondo un’espressione usata dal personaggio di Dallas in Ombre rosse di John Ford, Succede sempre qualcosa.

Si tratta di trentasei racconti brevi, alcuni inediti, altri già pubblicati su vari giornali e riviste (tra cui Viceversa Letteratura 10), la cui ripartizione in dodici gruppi da tre non è altro che il riflesso formale dell’idea che funge da fil rouge a tutta la raccolta: «cosa succede se un narratore decide di recarsi, una volta al mese e per un anno intero, in un’anonima piazzetta di periferia?» (dalla quarta di copertina). Tre racconti per ogni mese dell’anno, di cui il primo corrisponde sempre al resoconto della visita mensile alla piazzetta discosta, mentre gli altri due, pur mantenendo generalmente come punto fermo il fatto di svolgersi nel mese corrispondente, oscillano per genere, luogo e tempo, spaziando dal resoconto di una passeggiata a Bellinzona durante il periodo del carnevale fino al racconto western tra le montagne del Colorado.

Fin dalle dichiarazioni d’intenti fatte nel primo racconto, si intuiscono la centralità e l’importanza del tema dello sguardo; prendendo spunto da un esperimento messo a punto dal biologo David Haskell, il narratore si propone di selezionare uno spazio di dimensioni ridotte - la nostra piazzetta di periferia - a cui tornare regolarmente con lo scopo di osservare il luogo prescelto e di annotarne i cambiamenti tra una visita e l’altra. Il principio che sta alla base di quest’idea è quello per cui nell’infinitamente piccolo si rispecchia l’infinitamente grande, e per il quale è possibile «vedere il mondo in un grano di sabbia / e il cielo in un fiore selvatico» (p. 11), secondo un famoso verso di William Blake citato da Haskell. Ma se il biologo spera di poter «vedere l’intera foresta attraverso una piccola finestra contemplativa di foglie, rocce e acqua» (p. 11) all’interno del suo cerchio di un metro quadrato nella foresta del Tennessee, il narratore si chiede se sia possibile applicare lo stesso principio agli esseri umani (Pik pik).

Così, l’anonima piazzetta eletta a oggetto di studio si trasforma in un piccolo ecosistema con i suoi ritmi e i suoi equilibri, con la sua fontana, da cui zampilla acqua o meno secondo la stagione, le sue panchine scrostate dall’alternarsi del caldo e del freddo, il suo va e vieni di animali, autobus e persone di tutte le età; dai bambini in monopattino alle mamme col passeggino, dal gruppetto di pensionati all’ubriacone. Un mondo fatto di piccoli eventi dall’apparente insignificanza ma che, a ben vedere, costituiscono «la vita nella sua profonda quotidianità, la vita fedele e implacabile, nella sua straziante normalità» (La parola «cielo», p. 50).

In occasione di ogni sopralluogo, secondo una scelta che attinge a un vasto patrimonio letterario che va dall’antico manuale di giurisprudenza cinese all’ultimo thriller di Micheal Connelly, passando per l’Orlando furioso, la poesia persiana e i manuali di sopravvivenza, lo scienziato-poeta porta con sé un libro sempre diverso, di cui cita qualche frase o qualche verso riuscendo così a mettere in luce aspetti della realtà che lo circonda altrimenti inaccessibili. Questa rete continua di citazioni che sconfina anche in ambito musicale (Guccini, Coltrane, …) attraversa tutta la raccolta, fornendo continui spunti di riflessione e chiavi di lettura inedite. Sguardo scientifico, regolarità e annotazioni puntuali da una parte; dall’altra intuizione poetica, lettura del mondo attraverso uno sguardo più soggettivo e romantico, nel quale i confini tra realtà materiale e realtà astratta si fanno labili. Così, le terribles cinco de la tarde della poesia di Federico García Lorqua si sovrappongono alle cinque di una sera di maggio a Bellinzona (Plazuela), lo sciabordio delle onde su cui Corto Maltese insegue l’avventura si mescola al gorgoglio della fontana della piazza in un torrido pomeriggio di giugno (Piazzetta tropicale) e, mentre le chiacchiere dei pensionati seduti su una panchina si confondono con il mormorio dei caffè dell’antica Baghdad (Pispillòria), il Manuale pratico di sopravvivenza rivela la vera natura di foresta selvaggia e pericolosa del centro commerciale di Arese.

Anche molti degli autori citati e dei personaggi protagonisti dei racconti sono attenti osservatori che, come il nostro narratore, si muovono tra diversi piani di realtà. Emblematico ad esempio il riferimento alle Storie naturali di Plinio il Vecchio, «stupendo arazzo dove la scienza si mescola alle favole» (L’elefante innamorato, p. 31), o lo sguardo empatico del signor Adamo, il quale, attraverso l’osservazione delle persone che passano, vive delle vere e proprie esperienze d’immedesimazione trascendentali (Il signor Adamo). Dato il passato letterario di Andrea Fazioli, non poteva poi mancare lo sguardo indagatore del detective, vero professionista della decifrazione del mondo attraverso l’osservazione, come chiarisce Harry Bosch, il famoso investigatore protagonista dei romanzi di Connelly: «Controllo. Osservo. Penso. Sono a caccia di fantasmi» (Cacciavite a stella, p. 67). Fantasmi di un passato che la parola scritta, che sia stampata su carta o incisa nella pietra come in Z, ha il potere di far confluire nel presente, in una sorta di eterna contemporaneità in cui «tutte le strade del nostro qui e ora contengono strade inghiottite dall’oblio e promettono strade future» (Oggetti smarriti, p. 155), e nella quale «il mondo è sospeso fra un prima e un dopo che si confondono, tanto che il dopo potrebbe venire prima» (Fuori dagli stalli demarcati, pp. 181-182). Ma anche i professionisti a volte commettono uno sbaglio e, per quanto possa sembrare stupefacente, può capitare che un professore specializzato in miti antichi si confonda al punto di credere che «il passato era passato, e non poteva farsi né presente né futuro» (p. 210), salvo poi doversi arrendere all’evidenza che «il passato e il futuro s’intrecciavano col presente, in maniera incomprensibile» (Effetti collaterali, p. 212).

Riflessioni sul tempo che passa dunque, sulla musica, sulla letteratura, sull’importanza di saper ascoltare e osservare il mondo che ci circonda nella sua profondità, adottando uno sguardo originale, capace di intuire che, a dispetto dell’apparente immobilità, a volte il centro dell’universo si ritrova in un’anonima piazzetta di periferia in cui succede sempre qualcosa.

Riflessioni espresse secondo uno stile semplice e lineare, dal tono colloquiale, fatto perlopiù di frasi brevi, emanazioni dirette della coscienza di un narratore che si esprime alla prima persona presente e la cui presenza sembra rimanere costante tra un racconto all’altro. Purtroppo proprio questa invariabilità dell’io narrante, che sembra sovrapporsi, almeno in parte, all’autore (si chiama Andrea, è uno scrittore,…), finisce di quando in quando per incidere sull’effetto di pluralità che, nelle intenzioni del testo, dovrebbe scaturire dalla varietà dei generi proposti, ma che in alcuni momenti risente un poco della mancanza di costruzione del personaggio del narratore. Questo forse l’unico neo in una raccolta altrimenti scritta e organizzata in modo intelligente, in grado di sorprendere chi è ancora capace di stupirsi davanti alle piccole cose, agli accostamenti originali e alle realtà inaspettate che si nascondono dietro il velo della quotidianità.

Rassegna stampa

"[...][Andrea Fazioli] in questa raccolta di racconti conduce il lettore nel suo ''retrobottega'' creativo e umano, fatto di letture quanto mai eterogenee, ascolti musicali, osservazioni minute, riflessioni subitanee, associazioni d'idee imprevedibili, tristezze e stupori quotidiani. Come suggerisce il titolo, questo libro dà voce ad una fiducia incondizionata nella realtà - nel potenziale di meraviglia sprigionato dai dettagli, celato nei fatti minori che costellano le nostre giornate - e di riflesso alla fiducia riposta nell'esercizio della scrittura [...]" (Claudio Lo Russo, La Regione, 06.07.2018)

"Fazioli è a proprio agio nella misura breve, con la quale si era segnalato alla critica in giovane età, vincendo concorsi letterari in Svizzera e in Italia. In questo libro [...] opera uno scarto verso l'alto grazie a una struttura letteraria perfetta: da un lato la linea cronologica dei mesi, dall'altro il piccolo gruppo di tre testi ospitato in ciascuna sezione. Il pendolo oscilla così tra identità e variazione: ogni mese è uguale al precedente eppure diverso, come ogni volta diversa è la piazza di Bellinzona in cui si ambientano dodici delle trentasei storie. Si va dal grado zero della confessione esistenziale, più o meno celata sotto pseudonimi, al grado massimo di letterarietà e maniera (un western, forse il meno riuscito della silloge), con un abile dosaggio di componimenti che ricorda i libri poetici più delle tradizionali raccolte di racconti." (Pietro Montorfani, Azione, 06.06.18)

"E il viaggio, fisico e mentale, è presente con forza in questa raccolta, che riunisce scritti apparsi in varie testate giornalistiche, e dà la misura di un narratore colto e misurato, che riflette molto su sé stesso e studia, quasi fosse un entomologo, ''l'insetto uomo'', eleggendo la piazza come osservatorio privilegiato." (Mario Chiodetti, La Prealpina)