Quasi amore

Il mio amore ha occhi di sfinge
spalancati al volere della sera
nessuno li può guardare a lungo quanto me
perché assorbono tutto
parole comprese
occhi che pendono dal soffitto
più azzurri della voce di un angelo
con perfezione assoluta
dentro di me da sempre
così come in loro io sono
assorbito

(dal risvolto di copertina)

Recensione

di Sara Lonati
Inserito il 15.01.2019

Quasi amore segna il ritorno alla poesia di Pierre Lepori, dopo Qualunque sia il nome (Bellinzona, Casagrande, 2003), Strade bianche, scritto nel 2003, ma pubblicato un decennio più tardi (Novara, Interlinea, 2013), e Di rabbia / De rage, che nel 2010 apriva la collana “La gazza” delle Edizioni Sottoscala di Bellinzona, giunta all’undicesimo volume proprio grazie a quest’ultima raccolta di liriche.
L’autore poliedrico, che al contempo continua a portare avanti altri progetti teatrali e di prosa, qui si immerge sin dal titolo nella dimensione della lirica pura, richiamandosi al sentimento cardine della tradizione poetica, aggiungendovi il modesto e parco sapore contemporaneo ereditato dalla linea crepuscolare (IV, p. 10):

il mio amore ha mani grandi
come il verso di una canzone
ma il mio amore è una canzone banale
sciocco esagerato
modulato in minore

I versi dell’elegiaco greco Mimnermo sulla caducità e fuggevolezza della vita rappresentata dalla similitudine delle foglie, presenti nel canone moderno dai canti leopardiani (XLI. Dello stesso) ai Soldati di Ungaretti, introducono questo canzoniere contemporaneo fatto di 45 brevi o brevissime stanze che si susseguono una per pagina, in un evolversi continuo del sentimento. Tra una lirica e l’altra, lo stacco è dato dal solo bianco della pagina, che lascia il tempo necessario per respirare, deglutire, appropriarsi delle parole messe insieme ed isolate senza punteggiatura.
Gli unici segni interpuntivi presenti marcano tre domande, a cadenzare il canzoniere così come le stagioni della vita: “dove vai amore mio?” (III, p. 9), “la gioventù è un dato di fatto?” (XXIV, p. 34), e infine nella XLI stanza, a p. 53:

poco oltre c’è il vento
la pula le chiacchiere
ma da chi vengono e chi parla
a chi si rivolgono e che dicono
sono domande inutili
inutilmente prostrate
quanto manca
alla fine della notte?

Con il primo interrogativo inizia il dialogo amoroso tra un io e un tu poetici, culminante nella IX stanza a p. 17, che si apre con i potenti neologismi danteschi del v. 81 del IX canto del Paradiso, quando Dante si rivolge al trovatore provenzale Folco da Marsiglia:

s’io m’intuassi come tu m’inmii
amore
amore mio

In una misurata ricerca lessicale, nell’insieme di un linguaggio chiaro e senza fronzoli, Lepori ripercorre i suoi cardini lirici: dall’imprescindibile Dante, divenuto nell’evoluzione poetica del nostro autore via via meno petroso, al descrittivismo e alla narratività quotidiani di Sandro Penna, con cui fortissima è pure la fratellanza tematica. Rari sono gli aulicismi, subito mitigati da vocaboli piani e comuni, come nell’esempio del v. 8 della XIII stanza a p. 21: “clangore del mio amore”. In questo caso, il latinismo, caro a Lepori sin dagli esordi più stilisticamente complessi di Qualunque sia il nome (p. 91, v. 16), è abbinato in assonanza alla semplicità della parola-litania del canzoniere, “amore”, presente con 52 occorrenze.
La preghiera, fatta di ripetizioni tipiche dello stile liturgico, non investe solo l’invocazione al sentimento amoroso, bensì anche la riflessione metalinguistica (XIV, p. 22), da sempre primordiale in questo autore in equilibrio tra più lingue e codici artistici-espressivi come Lepori:

e giorno ti prego rendi semplici le parole
giacché l’acqua che chiara conduce
al mio amore che si nasconde tra le pieghe
sia solenne e casta
limpida come l’aggettivo
ovvia come la voce nel canto
e le illusioni sempre più leggere
meno ingombre di luoghi comuni

Il topos classico dell’indicibilità e centralità esistenziale dell’amore attraversa chiaramente tutta la raccolta, a cominciare dal titolo e proseguendo nell’incipit totalizzante: “il mio amore è dappertutto” (I, p. 7). Nel corso delle pagine, l’autore cerca di cogliere la complessità e quotidianità di un sentimento onnicomprensivo nelle sue molteplici sfaccettature, pur consapevole dei limiti e della provvisorietà del linguaggio (XXXIX, p. 51):

non ha bisogno di un nome
il mio amore
ma non per questo è un amore generico
basta una frase provvisoria
a ridargli densità
ma sempre più spesso
manca

È un amore metamorfico, angelicato come la statua alata della Vittoria di Mehringplatz a Berlino, pronta ad involarsi (X, p. 18 e XI, p. 19), e, ovviamente per l’autore di Sessualità (Bellinzona, Casagrande, 2011), densamente corporeo, erotico, reificato e paesaggificato, ma pure etereo, dissolto nel vento (I, p. 7), elemento primario della poetica di Lepori, che dà il titolo già a una sua plaquette del 2004 (Faloppio, LietoColle). Quest’amore è tutto e il contrario di tutto: “esiste e non esiste” (XXII, p. 32) nell’istantaneità e continua mutevolezza delle immagini poetiche e della vita stessa.
Un ultimo aspetto da considerare per Lepori, sperimentatore nei campi artistici più svariati, è la resa visiva di questi componimenti, che prendono forma e corpo nelle cinque stampe su carta della serie Sans titre di Jean Crotti, a corredo del libello, e nelle sei video-poesie di Quasi amore, proiettate nell’intimità di sei piccole stanze-cabine ad accompagnare la presentazione della raccolta in occasione del festival ginevrino “Poésie en ville”, nel settembre 2018. Nei disegni di Crotti e nei cortometraggi di Lepori, la corporeità tangibile ricercata nella scrittura si fa immagine, a ripresa del discorso fotografico di Duane Michals, in copertina al suo romanzo del 2015 Come cani (Milano, Effigie). I dettagli di pelle e di gesti, la messa a nudo di un uomo sdraiato nella sua intimità su un letto o su una panchina in un ambiente urbano, richiudono quel perimetro fatto da corpo, stanza e strada, che Lepori predilige sin da Strade bianche, ma che con la maturità si fa meno rigido e sempre più aperto a calme e consapevoli concessioni a fronte della fugacità della vita e di linguaggi sempre imperfetti a descrivere il sentimento all’origine di ogni cosa:

ti lascio andare
quasi amore

così l’explicit eponimo alla XLV canzone (p. 57) che si invola nel vento.