La müdada

Cla Biert
traduzione di: Walter Rosselli

Il romanzo descrive la progressiva mutazione che hanno vissuto le nostre zone di montagna (e non solo) nel corso del ventesimo secolo, passando da un’economia prevalentemente basata sull’agricoltura di sussistenza e su professioni artigianali famigliari a quella dell’agricoltura di mercato e delle attività a scala industriale; dall’emigrazione temporanea o periodica all’esodo rurale e definitivo; da una collettività di paese basata su una certa comunanza a una società apparentemente più individualista; da una realtà relativamente chiusa, perché geograficamente piuttosto isolata, all’apertura sul mondo creata dall’avvento del turismo. Cla Biert descrive questi fenomeni con obiettiva distanza, senza schierarsi né a favore della conservazione né della mutazione (di entrambe discerne con lucidità vantaggi e inconvenienti), senza slanci nostalgici nei confronti di un mondo che scompare. Ciononostante, è consapevole del fatto che lo sviluppo cui è sottoposta la società di valle sta cancellando per sempre, oltre a usi e costumi sociali, gran parte di un savoir-faire contadino che implica la conoscenza di innumerevoli strumenti e delle relative tecniche di lavoro, di cui La müdada illustra un censimento minuzioso e degno di un museo etnografico.

Avendo vissuto egli stesso in quegli anni, Cla Biert è allo stesso tempo spettatore, attore e cronista di questo mutamento, appartenendo quindi appieno alla generazione della “müdada”. Si tratta di una mutazione nella quale, oltre all’Engadina, possono certamente riconoscersi diverse regioni alpine, prealpine e, più in generale, di montagna.

Walter Rosselli, “Perché gli italiani non leggono Cla Biert”, Babylonia 1/2016

(dalla presentazione del libro, Capelli)