Gratosoglio
Recensione
L’ultimo libro di Andrea Bianchetti, stampato per i tipi delle eleganti Edizioni sottoscala di Bellinzona, prende il titolo dal quartiere autonomo di Gratosoglio, progettato dal collettivo di architetti BBPR negli anni Sessanta sul modello dei grands ensembles francesi. Situato nella periferia sud della città di Milano, questo luogo è il baricentro di una mitologia familiare attorno la quale si orienta e sviluppa l’intera opera.
L’autore ricostruisce, grazie alla memoria della nonna Gianna, con la quale ha intensamente dialogato nella fase di preparazione del libro, la storia della sua ascendenza materna dal 1925 fino al presente. Le poesie ripercorrono alcune tappe salienti della genealogia familiare: dall’infanzia della nonna trascorsa in via Sabatelli a Milano, all’incontro con Renzo nel 1947; dal trasferimento al Gratosoglio nel 1966 alla morte del marito; fino ai più recenti ricordi della giovinezza dell’autore. La raccolta si struttura di conseguenza in tre capitoli principali, che scandiscono la vicenda in ampie campate cronologiche solo parzialmente coincidenti con le tre generazioni raccontate: Prima di Gratosoglio (1925-1966), Gratosoglio (1966-1978) e Dopo Gratosoglio (1978-2019), cui segue, allentando la compattezza strutturale del libro, un tributo al fiume che scorre nella parte orientale del quartiere: Una poesia per il Lambro. Le prime due sezioni si articolano in tredici componimenti di varia misura incorniciati tra un testo proemiale e un congedo, montalianamente distinti dal corsivo. La terza è costituita da venti poesie e forzando i presupposti delle due precedenti apre l’architettura del libro alla lirica collocata fuori sacco, che suggella il volume.
L’opera si situa a metà tra il romanzo in versi e il journal intime, tra la coralità e un lirismo molto sfumato. Da un lato, per quanto concerne la struttura e il funzionamento della raccolta, si potrebbe riagganciare Gratosoglio alla tradizione della narrazione in versi, segnatamente quella biografica e familiare, che dall’Onegin di Puškin muove in Italia verso le opere di Bertolucci e Pagliarani. In particolare, alla Ragazza Carla di quest’ultimo si avvicinano, almeno sul versante stilistico, alcuni passi del libro. Si legga, come esempio a questo proposito, la bella apertura del nono elemento della prima sezione:
La Gianna durante la guerra lavorava
in via Agostino Bertani 14,
alla S.T.A.E.
(Società Trasformatori Apparecchi Elettrici)
dei fratelli Belloni.
Presto, la mattina, prendeva il tram
quando ancora la neve
illividiva sui marciapiedi.
Si appendeva alle maniglie
tirandosi su meglio le calze,
alle sei del mattino. (p. 22)
Va poi segnalato che, sul piano della forma e del contenuto, pur mantenendo traiettorie tra loro indipendenti e originali, l’opera si avvicina sensibilmente a Maiser, un romanzo in versi concepito in Ticino nello stesso giro d’anni da Fabiano Alborghetti (recensito per viceversaletteratura.ch da Sara Lonati): del 2015 è la borsa letteraria di Pro Helvetia che ha contribuito alla redazione di Gratosoglio, del 2017 la pubblicazione per Marcos y Marcos di Maiser.
La raccolta di Bianchetti si distingue tuttavia dalle opere menzionate prediligendo la forma diaristica al racconto. Alla narrazione cronologica e lineare è sostituito un procedere episodico e sussultorio, coerente con la memoria di Gianna, che si manifesta per sua natura in modo non conseguenziale e si muove tra la precisione del ricordo e la sua approssimazione. Questa regia narrativa permette all’autore di dilatare i tempi del racconto e di denunciare così, sovrapponendo agilmente il presente al passato, le negligenze e le brutture della società capitalistica: si pensi, ad esempio, alla chiusura del teatro Smeraldo di Porta nuova, luogo della prima uscita di Renzo e Gianna, ora trasformato in una filiale di Eataly (p. 32).
Oltre che un ambizioso progetto poetico, la silloge di Bianchetti è una rilevante testimonianza umana, un libro della memoria. Inteso come opera che conserva e trasmette una vicenda, ma anche come esperienza letteraria che veicola un’idea forte del ricordo, anche come atto di resistenza: al presentismo fagocitante e alla banalizzazione manualistica del passato. L’autore rivendica, con il suo libro a un tempo personalissimo e di tutti, privato e collettivo, la dignità e l’importanza della storia dal basso, costituita di fatti minimi e di vicende laterali: in questa direzione va cercato il significato profondo di Gratosoglio. Quella di Gianna, si legge nel secondo congedo, «È stata una vita normale» e perciò rappresenta molte altre esistenze analoghe, legate a un qualsiasi cerchio familiare e a un qualunque gratum solium:
«Questo è tutto quello che è successo,
non è molto ma non so
cosa altro raccontarti.
È stata una vita normale:
non succedeva niente a Gratosoglio» (p. 65)
Nel ricordo di Gianna, la storia privata si intreccia inevitabilmente con la memoria collettiva, che affiora per accenni, annullando o ribaltando le gerarchie condivise. Così, le vicende familiari, anche le più insignificanti, assumono nel libro dignità e importanza. Ad esempio, l’anno dell’amputazione dell’indice di Agostino Costa, lo zio di Costanza, è precisato e rilevato con solennità dalla scansione versale:
La Costanza lo riconosceva
perché quando arrivava
alzava mollemente il braccio
e la salutava con solo quattro dita:
un dito, l’indice, l’aveva perso
nel 1956. (p. 61)
Al contempo, dal racconto della quotidianità milanese filtrano ad apertura di libro, in modo arbitrario e occasionale, continui riferimenti agli episodi che hanno segnato un’epoca: alla guerra e alla campagna di Russia, che ritorna come un basso continuo e annebbia la mente di nonno Renzo; ai fatti di piazzale Loreto, che fanno da sfondo all’esperienza personale (p. 29, «“Questo mi ricordo di | piazzale Loreto quel giorno: | che mi hanno rubato la bicicletta”»); all’omicidio del giudice Emilio Alessandrini, alla vicenda di Franca Viola, e altro ancora. In questo senso, la volontà di ricostruire una topografia memoriale fondata sul ricordo spontaneo e disordinato di Gianna giustifica il rilievo concesso alle coordinate minime della storia, della sua storia: l’onomastica, la toponomastica e la cronologia, percepite come costitutive nella raccolta sin dal titolo.
L’impostazione dell’opera fa sì che le prime due sezioni, dove il programma del libro è più fedele a sé stesso, siano le meglio riuscite. Benché il testo non assuma mai una postura lirica, preferendo le gallerie di personaggi e le interazioni dialogiche, nella terza parte, quando si passa dalla memoria storica, mediata dal racconto di Gianna, allo spazio riservato alla narrazione della vicenda individuale dell’io poetico, si attenua un po’ anche la spinta, la motivazione “forte” dell’opera, che d’altro canto giunge così a compimento e acquista solidità strutturale.
Sul piano strettamente formale, rispetto ai libri precedenti, a tratti anche scurrili e provocatori, la lingua è colloquiale e lo stile è sobrio, fedele alla testimonianza di Gianna, che non necessita di riboboli o di orpellature. L’umanità e le emozioni contenute nel diario in versi, attutite e al contempo consolidate nel ricordo, consentono all’autore un’eloquenza narrativa senza perdite di significato o cali d’intensità. Anzi, proprio nei punti dove viene meno la sobrietà, specie in alcune similitudini, si toccano i passaggi di maggior stanchezza della raccolta, che anche sul piano stilistico esprime il meglio nella prima metà del libro, scritta con un taglio più incisivo ed essenziale.
Questo fatto non pregiudica la qualità di un’opera che ha una sua ragione profonda e che riesce, in modo spesso efficace e originale, a soddisfare le proprie ambizioni. Nelle pagine di Gratosoglio, attraverso l’esperienza di Gianna e dei suoi cari, sono indirettamente ripercorsi gli sviluppi e i mutamenti avvenuti nella società nel secondo dopoguerra: il miracolo economico, la migrazione interna e la conseguente trasformazione demografica e urbana, che portò alla nascita del quartiere popolare attorno al quale ruota la raccolta. Ne risulta un libro che sovrappone, con una sorta di morale en action, la vicenda privata all’esperienza di un’intera generazione e rivendica l’importanza, anche etica e civile, della memoria.
La raccolta Gratosoglio di Andrea Bianchetti assume le forme di un diario in versi, costituito in buona parte dai ricordi della nonna Gianna, con la quale l’autore ha intensamente dialogato nella fase di preparazione dell’opera. Ne risulta una narrazione a un tempo intima e collettiva, che sovrappone la cronologia storica a quella privata e ripercorre in filigrana alla vicenda familiare gli sviluppi e i mutamenti della società del secondo dopoguerra. Scritta con uno stile sobrio e una lingua colloquiale, Gratosoglio rivendica la dignità della storia dal basso, della memoria degli umili, e invita a resistere al presentismo fagocitante e alla banalizzazione del passato. (Ariele Morinini in Viceversa 14, 2020)