Tutto brucia e annuncia

«Tutto brucia e annuncia di Matteo Ferretti è un libro complesso e incandescente: tra i migliori che mi sia capitato di incrociare negli ultimi anni. (…)

La visionarietà è una delle cifre maggiori di questo libro, e si manifesta nel ritmo serrato, a tratti vertiginoso, che conduce da un’immagine all’altra, da un’esperienza personale a una dimensione collettiva, a cavallo tra tempi e mondi distanti eppure riuniti, per un attimo, nella bruciante realtà della parola». Fabio Pusterla

(dalla presentazione del libro, Casagrande)

Recensione

di Prisca Agustoni
Inserito il 14.11.2019

L’esordio poetico di Matteo Ferretti, classe 1979, Tutto brucia e annuncia, edito da Casagrande con illustrazioni di Marino Neri e una nota di Fabio Pusterla, ci conduce sin dal titolo, intenso e profetico, all’interno di una spirale vertiginosa che è la nostra contemporaneità scossa dalle crescenti manifestazioni di un malessere sociale generalizzato. Queste proteste divampano come fiamme incandescenti in luoghi vicini e lontani, filtrate dalla voce attenta del poeta che le coglie nel movimento frenetico del proprio sguardo, alternando l’essere spettatore sconcertato della realtà al farsi portavoce dell’impotenza e della rabbia che attanaglia il nostro tempo.

Il libro è infatti attraversato da una cerniera drammatica che unisce, da una parte, gli avvenimenti di natura politica e civile che segnano questi primi due decenni del ventunesimo secolo (la tragedia dei migranti nel Mediterraneo, le proteste nelle strade, gli attacchi terroristici, la precarietà professionale, il disagio giovanile) e, dall’altra, il vissuto personale (amoroso, familiare, autobiografico).

L’accostamento di mondi molto diversi tra loro, incatenati nella sequenza serrata dei versi, contribuisce a creare una poesia complessa grazie al ritmo incalzante che le situazioni e le immagini spesso contrastanti ci presentano, senza però mai rivelarsi totalmente, come oracoli che suggeriscono il cammino: “c’è qualcosa che deve venire. / C’è qualcosa da cui tutto / ci mette in guardia. // Ce ne sono di segreti e leggeri, / pronti a rotolare nel pugno: [...] //” (p. 45).

La complessità della realtà descritta, colta da una voce che non cede mai ad autocompiacimenti intellettuali o sentimentali, appare nei versi in costante stato d’allerta, come un elastico teso. Questa tensione tenuta abilmente sotto controllo è uno dei punti forti dell’opera e dimostra la dimestichezza di Ferretti nell’avvicinare una realtà all’altra senza che vi sia una perdita di senso o una caduta di tono tra gli elementi costitutivi del libro.

Anche il dialogo con le splendide illustrazioni di Marino Neri (in bianco e nero, come a voler “raffreddare” l’incandescenza dei versi) fa pensare ad un libro la cui struttura è il palinsesto, dove si sovrappongono contemporaneamente più scritture del mondo.

In effetti, se da un lato suona alle nostre orecchie una musica di fondo a tratti dissonante, risultato della convivenza nei versi di più dimensioni (quella collettiva e quella personale), d’altro canto le immagini ci aprono le porte di un altro universo, da dove sembrano sgorgare visioni che abbiamo dentro di noi, esseri sognati, presenze vive di un mondo forse meno schierato su frontiere di ogni tipo. Le illustrazioni di Neri non “spiegano” i versi, bensì compongono un’altra narrativa possibile, forse in un tentativo di conciliare la presenza degli umani con quella degli altri esseri viventi attraverso un dialogo misterioso tutto da decifrare.

Suddivisa in tre parti, ognuna composta rigorosamente da diciotto poesie senza titolo (ad eccezione dell’ultima sezione dove troviamo il titolo Wimmelbuch), la struttura simmetrica dell’opera rivela la mano sicura di Ferretti sul suo materiale poetico: come una cornice che delimita i margini entro i quali possono scorrere i versi, l’attacco di ogni sezione è indicativo del tono e dei temi che seguiranno. Nell’incipit della prima parte, L’odierna furia, c’è il misterioso annuncio di un’apocalisse: “L’apocalisse pure è una prospettiva, / l’emergenza continua e definitiva” (p. 9) che però ribalta immediatamente la prospettiva: l’apocalisse non è un unico fatto, definitivo, ma appunto il continuo fluire di avvenimenti, le molteplici notizie, convulse, aggrovigliate e agghiaccianti che ci assillano ogni minuto su schermi, telefonini e reti sociali, rendendoci incapaci di assorbire l’intensità di un vivere infiammato e svuotato allo stesso tempo, come animali immobilizzati e impauriti, in confinamento.

Così, con sguardo disincantato e ironico, il poeta capta l’illusione che taluni ancora alimentano nei riguardi del “grande diluvio purificatore” (p. 9) capace forse di annientare la violenza innescata dall’odio che è “troppo spesso un atto d’amore / dato a un ideale / che non ha bisogno dell’uomo” (p. 10).

Si coglie in questi versi d’apertura una spiritualità diffusa che percorre la silloge. Siamo davanti all’appello degli umani bisognosi di aggrapparsi a qualcosa – un sogno, una religione, un lavoro part-time, la tecnologia, l’ultimo iphone – per non crollare, immersi come siamo nell’illusione del successo, come recitano i versi finali di questa folgorante poesia: “Il mondo visto dall’alto / rimanda forse un bagliore / finalmente / anche per te.// Tutt’attorno: l’impressione quasi tribale / di un mercato abusivo / cresciuto all’ombra / eccelsa del capitale.” (p. 30-31).

Oppure come fa l’allieva sempre assente, la ragazza anoressica nei versi di una delle poesie della terza sezione, Entanglement, “Quell’allieva che tiene duro fino alla macchina / poi, la scorgi dal finestrino, cade in pezzi / e si ripiega come una bambina / per chiedere una tregua” (p. 97), dove, in quel farsi a pezzi, sembra confluire la nostra condizione umana, fragile e barcollante, esausta.

Oracoli, magie, rituali, favole, preghiere, sciamani, sono alcuni dei termini che punteggiano il libro e che causano un inciampo nel ritmo piano delle poesie il cui linguaggio è diretto e senza increspature. Queste parole agiscono come delle pause improvvise nel dettato poetico che segue la trama delle vicende quotidiane, perché rinviano alla struttura simbolica di società gregarie o antiche, così lontane da noi. Nel libro queste società vengono trascinate verso un contesto disconnesso, frammentario, di individui erranti che cercano sé stessi, privi cioè di quello spirito collettivo che le caratterizza e la cui narrazione si fonda sulla circolarità mitica.

Chissà non si tratti piuttosto della nascita di un’altra narrativa mitica, quella che ci presenta Ferretti in Tutto brucia e annuncia, attraverso le voci arrabbiate che recitano in una nuova coralità: “noi siamo il fuoco che tutto farà / bruciare e rinascere / qui intorno. / Dateci solamente l’aria e l’innesco dei sogni, / dateci un nemico più degno / della noia e dell’abbandono” (p. 60). Lo svuotamento di un ideale “degno” pare essere il segno più evidente di questa nuova era mitologica distopica che ci racconta dell’ustione di un mondo popolato da “feriti, egoisti e vigliacchi” (p. 60).

Ecco che allora la parola poetica trova ragion d’essere, come un talismano dal potere magico che annuncia quello “che ci siamo passati / dentro la pelle” (p. 93) come un tesoro da custodire. Nei momenti dove l’umano incontra l’umano – nel tema amoroso, all’interno del nucleo familiare – la parola ritrova anche i motivi di una commozione profonda, come succede nella seconda sezione, Le piccole ragioni, scandita da un ritmo meno concitato; oppure il più marcato coinvolgimento di un io che si sofferma sul quotidiano, dove è costante il dialogo con un tu che serve da specchio alle perplessità della voce poetica, nella terza ed ultima sezione, Entanglement.

Un libro maturo e compatto quello di Ferretti, nel quale ci si riconosce e che ci coinvolge in quel sentimento di urgenza narrato da molti versi. Perché se l’apocalisse è un’emergenza continua, allora anche la parola deve recuperare il suo ruolo profetico per fare da spola tra il mondo delle cose così come è dato e la complessità umana, tra il caos e la comprensione del caos, e infine rivendicare un senso per i piccoli gesti della vita: “Ma noi non vogliamo portare il fuoco / in tanta oscurità; / basta quel poco di luce per sapere / di essere ancora umani / e vedere, una per volta, le piccole ragioni / di arrivare fino a domani” (p. 47).

Nota critica

In Tutto brucia e annuncia, esordio poetico di Matteo Ferretti, la complessità della realtà, espressa da una voce che non cede mai ad autocompiacimenti intellettuali o sentimentali, appare in costante stato d’allerta, come un elastico teso, e rivela la dimestichezza del poeta nell’avvicinare due realtà (una di dimensione collettiva come musica di fondo e l’altra di natura personale) senza che vi sia una perdita di senso o una caduta di tono tra gli elementi costitutivi del libro. Anche il dialogo con le splendide illustrazioni di Marino Neri (in bianco e nero, come a voler smussare l’incandescenza dei versi) fa pensare ad un libro la cui struttura è il palinsesto, dove si sovrappongono contemporaneamente più scritture del mondo. (Prisca Agustoni in Viceversa 14, 2020)