L'inguaribile

Quando Gemma lo lascia all’improvviso, Michele si sente mancare la terra sotto i piedi. Schivando la collega Giorgia, pronta a offrirgli consolazione, si immerge nel suo lavoro al giornale, dove scrive lunghi articoli di cronaca giudiziaria. Il caso scottante di Roby Ratter, noto neonazista che prima truffa un amico e poi cerca di ucciderlo per non farsi smascherare, gli offre un’illuminazione inaspettata. Ma Gemma scompagina ogni tentativo razionale di comprendere, dileguandosi, con il suo inconfondibile cappello rosso, oltre la porta di uno swinger club. Michele la segue ciecamente. Come un fiabesco cavaliere innamorato, sventa tranelli, affronta labirinti, si crede capace di superare ogni prova per riconquistarla.

(dalla presentazione del libro, Marcos y Marcos)

Indagare nella tana del bianconiglio: L’inguaribile di Tommaso Soldini

di Lorenzo Cardilli
Inserito il 04.08.2020

Fin dalle prime pagine de L’inguaribile (Marcos y Marcos, 2020) Tommaso Soldini ci abitua a una delle tinte dominanti del romanzo: un’estrosa, audace ironia che sala e amalgama ogni altro ingrediente, dai divertimenti linguistici alle impennate della fantasia, dai camei dedicati ai personaggi minori ai giochi di prestigio con gli intertesti. Metà detective story e metà cronaca di un abbandono, il libro si svolge in un coloratissimo e improbabile Ticino, rappresentato tanto più fedelmente quanto più è teatro di “pasticciacci” emotivi, “giardino delle delizie”, arena per lo scialo dell’immaginazione.

Michele Incassa è un giornalista ultratrentenne sposato con due figlie. Siamo nel 2024, Michele lavora in una delle ultime testate cartacee sopravvissute nell’era digitale. Si occupa della cronaca nera, dato il suo strambo talento nell’abbozzare «ricostruzioni che muovendo dai fatti ipotizzavano scenari plausibili» (p. 189), grazie alla sua inventiva fiorita e barocca. Michele, infatti, risolve i casi a colpi di sigarette senza filtro, esame filologico dei documenti e scrittura creativa, doppiando con l’immaginazione l’assurdo della realtà.

Un giorno, durante la lettura serale alle due bambine, Veronica e Ifigenìa, la moglie Gemma gli comunica ex abrupto di volere il divorzio e lo butta fuori casa. Michele va in pezzi: lo ritroviamo quasi un anno dopo in un appartamento da single, perso tra strettoie legali, maldestri tentativi di spiare le figlie e incapacità di spiegarsi la nuova condizione («la sua vita era sotto controllo come una papera di plastica alle prese con un monsone», p. 81). A questo punto si originano i due assi portanti della trama, che Soldini mescola attraverso ingarbugliati andirivieni temporali: da un lato il giallo/noir di Roby Ratter alias “coniglio bianco”, pingue consulente finanziario indagato per truffa e tentato omicidio ai danni del ricco Corelli, re dei gatti delle nevi; dall’altro, la “nèkya” di Michele nell’onirico swinger club “Petite Princesse”, sulle tracce della moglie e del motivo del divorzio (ma si dovrebbe aggiungere un terzo filo, il rapporto con la collega Giorgia, fanatica di numerologia e innamorata non corrisposta di Michele). 


Per quanto riguarda il giallo, a Michele viene assegnato un articolo sul recente caso del coniglio bianco, il quale pare abbia alleggerito per anni gli averi dell’amico Corelli, finanziandosi – oltre che l’insana passione per i cimeli nazisti – il giusto tenore di vita per sposare l’avvenente Penelope, fanciulla provvista di «chiappe di Milo» (p. 55) sviluppate a forza di mestieri nell’albergo di famiglia. Dopo aver scoperto significativi buchi nel conto corrente e chiesto relative spiegazioni, Corelli viene ferito da una Luger del Terzo Reich proprio mentre si trova in casa di Ratter. Michele non si lascia convincere dalla tesi dell’incidente, e inizia a spulciare i documenti, “inventando” passo passo la sua versione della storia. Prende così avvio il vortice delle congetture e delle deduzioni: il lettore viene risucchiato dentro queste narrazioni a incastro in cui spesso la fantasia di Incassa/Soldini si “ingolfa” in sequenze di indiretto “liberissimo”, dilata in modo ipertrofico i dettagli, si incanta nel piacere delle ipotesi. Ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto, la storia del coniglio bianco è narrata in modo estremamente comico tramite le elucubrazioni di Michele, attraverso cui Soldini propone anche una scanzonata satira della medio-alta borghesia svizzera e dei suoi “abiti”, tra bottiglie di Château Lafite, collezionismo di nicchia e gite di piacere al lago o in Italia (ma forse anche i più modesti consumi intellettuali di Michele e famiglia non sono esenti da una certa autoironia…).

A questo “paese delle meraviglie” se ne aggiunge un altro, ancora più insidioso. Mentre è alle prese col caso, Michele scorge una donna che pare la moglie entrare in un locale per scambisti. Senza esitare si precipita sulle sue orme, all’interno della “Petite Princesse” – il brand del club si ispira ai noti acquerelli di Saint-Exupéry. Vincendo l’imbarazzo, Michele supera la reception e in breve si ritrova in vestaglia di seta a sorseggiare un drink, in mezzo a mascherati avventori e cameriere seminude. Ben presto il club si trasforma in un vero e proprio labirinto/giardino stregato, in cui Michele – un po’ Odisseo un po’ Alice insieme allo stregatto – rincorre Gemma tra bevande afrodisiache, brucaliffi e voyerismi epico-cavallereschi. L’esperienza gli viene surrealmente cucita su misura e pare – al di là dei modelli esibiti – un misto tra The Game, Fight Club e Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Procedendo attraverso fantasiose stanze, flashback autoanalitici e allegorici giochi di ruolo, Michele perviene a una (dolorosa) autoconsapevolezza, compiendo una vitale metamorfosi. Uscito dal club otterrà la possibilità di immaginare il nuovo, superando il trauma affettivo (e sarà pronto anche a risolvere il caso…).

L’originale architettura del libro colpisce in diversi modi: innanzitutto, si nota il contrasto tra la monomania amorosa di Michele e l’abbondanza barocca di immagini, riferimenti, microracconti relativi ai personaggi, spesso riportati in nota con tecnica pseudo-saggistica alla Foster Wallace (dagli strambi figli di Corelli al personale del club; si noti anche la comica scelta di nomi parlanti o iperletterari). Si crea così un interessante effetto “odissea” – non solo per la sfumata orgia a tema “strage dei pretendenti” – per cui le fughe narrative contrastano col forte movimento centripeto, alimentato dalla quasi perenne focalizzazione interna su Michele. L’inguaribile del titolo si riferisce senz’altro al male amoroso, ma si può anche collegare al motivo dell’immaginazione, al dichiarato proposito di «chiedere alla finzione di dire la verità» (p. 191). Il metodo usato nelle indagini è infatti simile alla più generale disposizione di Michele verso l’esperienza, dato il modo in cui utilizza i riferimenti culturali (alti e bassi, da Calvino ai pettorali di He-Man) per interpretare e “arricchire” ciò che gli succede. Da questo punto di vista, il nostro sembra malato di una specie tutta sua di bovarismo: quella dell’intellettuale umanista che deve trovare la quadra tra il suo bagaglio di strumenti eletti entusiasticamente a “mitologia”, e le situazioni “reali” in cui utilizzarli. E la forte autoironia con cui Michele (e il romanzo) presenta se stesso, sta probabilmente a dire da un lato l’efficacia anche libertaria di queste armi, e dall’altra la loro incongruità, la sfasatura rispetto alle urgenze della vita.


A una terminale e proliferante fantasia va ricondotto anche lo stile del libro, in bilico tra il bamboleggiamento e il Witz citazionistico e barocco. Abbiamo così le aferesi infantili dei toponimi (Erna, Omo, Enaggio, Auritania, ecc.), le agudezas ispirate ai classici dell’arte («Per l’ennesima volta tentò, almeno con la mente, di togliere i drappi in cui erano avvolte le teste degli amanti di Magritte», p. 63; «sguardi pellizza da volpedo», p. 82) o le similitudini ardite («brani del corpo di lei si affacciarono come un roseto curato all’entrata di una località balneare ligure», p. 108). Ma si vedano anche le neoformazioni («Miché non voleva diventare materia setolosa, aspirapolverata il sabato mattina, dopo la colazione», p. 101; «self-made mannite», p. 52), la creatività degli accostamenti («sentimento di indolenza affumicata», p. 159; il bar in cui «si coagulavano i lavoratori», p. 99), e persino qualche intarsio lirico («A poche labbra da lui le parole si sarebbero fatte fiato, miele di tiglio, bugie dorate», p. 97). In generale, lo stile di Soldini dà moltissimo spazio al dettaglio, utilizzato sia come chiave per descrivere la scena sia come molla per convocare altre narrazioni e realia anche molto lontani. Il passo linguistico-narrativo del romanzo è dunque originale e vivace, e mostra una buona tenuta, diventando solo a volte un po’ ossessivo-verboso nelle sue strizzate d’occhio – ma comunque sempre in linea con le smanie, i furori del protagonista.

Tra le diverse ed estrose soluzioni dello stile, merita attenzione il tic sintattico di troncare alcune frasi e lasciare che sia il lettore a inferire il seguito. La mossa va forse ricondotta al primo incontro tra Michele e Gemma, in cui lui non termina due frasi e lei le completa a suo modo, aprendo subito il registro della complicità e del dialogo. Ad ogni modo, l’enigmatica e decisa Gemma fa da argine all’immaginazione funambolica e un po’ onanistica di Michele: gliene mostra il limite ma senza negarla, anzi, parlando in modo paradossalmente amorevole la sua stessa lingua. L’originale terapia di coppia nello swinger club non è però del tutto indolore. Oltre e grazie ai suoi fuochi d’artificio, infatti, L’inguaribile mette a tema la violenza contenuta nell’amore, la difficoltà di riconoscerla e affrontarla, il danno che può procurare questa rimozione. Violenza della fine, certo, ma anche e soprattutto violenza “normale”, accomodamento, esaurimento dello slancio nel “gelo” autistico dei ruoli e delle abitudini. Anche il trauma, del resto, può essere abitudine, se Michele alla fine realizza che bisogna smettere di “incassare”, «provando il malato piacere di chi, contorcendosi in ciò che ha perso, ci vive ancora dentro» (p. 264).

Chiudendo il romanzo, al termine della sua tortuosa quest della consapevolezza, verrebbe da dire a Michele: “…e adesso?”. Piacerebbe, infatti, vederlo risolvere altri casi coi suoi «frappè […] di deduzione e inventiva» (p. 190), mentre scorrazza in una Svizzera un po’ disneyana e un po’ à la Hieronymus Bosch, e insieme ruzzola per gli accidentati meandri del cuore.

Rassegna stampa

"La Svizzera mi ha dato molte possibilità, tra le quali dovermi presto confrontare con Frisch e Dürrenmatt. È come se ci insegnassero che uno svizzero vero deve guardare oltre il benessere personale, chiedersi che cosa nasconde, da dove viene, quali conseguenze ha. Ritengo uno dei miei doveri tentare di fare i conti con le zone oscure della città che abito." (Tommaso Soldini, Intervista di Elisabetta Bucciarelli, Cooperazione, 10 marzo 2020)

"Ma Tommaso Soldini, nel romanzo L'inguaribile (Marcos y Marcos, 320 pagine), va ben oltre i fatti che si intrecciano (datati negli anni 2024 e 2025), e si muove secondo varie linee interne. Introducendo, intanto, regolarmente, una densissima serie di dettagli narrativi, di situazioni concrete che allargano la pagina e le storie con estro insolito (c'è persino un match di boxe...) e capacità di condurre in direzioni ulteriori la sua trama, rendendola articolatissma e centrifuga. [...] Diciamo, insomma, che a prevalere è una vivacità intellettuale, di narrazione e di stile, che rende il percorso inquieto e insieme brillante, imprevedibile e utilmente ricco di continui scarti o sovrapposizioni, che fanno di L'inguaribile un testo di eccentrica originalità. [...] Poeta e saggista, oltre che narratore, Tommaso Soldini, nella sua fantasia sbrigliata si diverte e diverte, pur senza nulla concedere al lettore per facilitarlo banalmente. E soprattutto sa bene che la scrittura narrativa non si fonda essenzialmente sul gioco della trama (che pure c'è, nell'Inguaribile), ma sulla combinazione assortita delle visioni che attraversano la mente dello scrittore arrivando poi sulla pagina e in questo creando una forma di comunicazione per nostra fortuna non superficiale." (Maurizio Cucchi, La Regione, 3 maggio 2021)