L'ora zero

La «domesticità del quotidiano» nelle forme dell’accadimento naturale, ma anche nella capacità di sorprendere e sorprendersi per la «straordinarietà dell’ordinario» distingue la sequenza di osservazioni ed intuizioni poetiche che compongono L’ora zero di Prisca Agustoni; è certo che, nei sensi detti, conta l’esperienza personale dell’autrice, che dal 2003 vive tra la Svizzera e il Brasile, dove lavora come traduttrice e come docente di letteratura italiana e comparata presso l’Università Federale di Juiz de Fora. Due mondi Svizzera a Brasile all’apparenza distanti e differenti, nei quali comunque medesima sembra la percezione dei fatti fondamentali del vivere: «Blu è il colore del sogno // sento il pianto del bimbo / sotto la pelle / intuisco il suo movimento di fuga / verso il lato scuro e umido / dell’utero // blu è il suo colore / ed io sono qui, nel bianco, / nel nocciolo del giorno // con questo mondo che mi rotola in grembo».

(Augusto Pivanti – direttore di collana)

Recensione

di Sara Lonati
Inserito il 21.01.2021

Nel 2020 vede la luce L’ora zero, la tredicesima raccolta di Prisca Agustoni, luganese a cavallo tra vari mondi: terra svizzera e brasiliana, linguaggio poetico e plurilinguismo praticato nella traduzione, universo comparatista e ricerca letteraria. La “Collana gialla”, diretta da Augusto Pivanti, nell’ambito della coedizione Fondazione Pordenonelegge-Lieto Colle, accoglie la silloge tripartita, preziosa nei suoi scarti, linguistici ed iconici, complessa nella sua elementarità archetipale.
In un tempo azzerato nella polvere sedimentata su oggetti spettrali e al contempo pieni di vita, fil rouge della ottantina di pagine del florilegio è l’archetipo della casa. Essa è centrale sin dal titolo della prima parte, La casa sepolta, aperta da un distico estratto dalla seconda opera di Stefano Raimondi, Il cane di Giacometti. La citazione di Raimondi inquadra la poetica delle cose, più precisamente delle cose residuali o mancanti in un cosmo negativo e dell’abbandono. Tale cosmo delle cose fuori posto e accatastate con noncuranza è il microcosmo della casa, già caro alla raccolta di Prisca Agustoni, Casa delle ossa (Lugano, Opera Nuova) di un decennio or sono. In un anno di confinamento coatto globale tra le mura domestiche come quello appena concluso, queste stanze poetiche assumono un significato ancora più vivido. In queste stanze noi abitanti ci accorgiamo per la prima volta di oggetti quotidiani mai osservati, che in un ribaltamento prospettico diventano soggetti scrutanti: “ostaggi della cornice – non parlano, / si limitano ad osservarci, quasi ostili” (p. 35). Cose viventi che assorbono l’anima di esseri sbadatamente e paurosamente viventi, sedimentati nella polvere di storie di vite passate. All’interno dello spazio domestico, il limine, residuale e perimetrale diventa centrale alla ricerca del vuoto salvifico dove poter nascondere la paura, dalla porta d’ingresso ai muri ammuffiti e crepati, dai cassetti delle stanze da letto alla cantina (p. 38):

“Ci sono stanze chiuse a chiave
dove nascondiamo ciò che non entra più
in noi, ciò che resta fuori.
Il disordine così disposto
ci siamo dimenticati di lui
per anni,
finché un giorno è riapparso
e dal nulla, in silenzio
come muffa che intacca il muro,
la casa ha iniziato a cedere,

prima dentro di noi,
infine, inesorabile,
verso lo schianto.”

In questo microcosmo negativo, trafitto da crepe, non vi è redenzione o compromesso per un aggiustamento dei cocci, poiché il tempo passato non si può azzerare, essendo la memoria intrinseca alle cose medesime (p. 25):

“certo che si possono incollare i pezzi
con zelo e perfezione tali
che la stoviglia sembri intatta,
ma dimmi, come nascondere gli anni,
le rughe, i danni
con il semplice gesto di ordinare i cocci?”

Agustoni, anche nella dimensione notturna, toglie qualsiasi via di fuga e inchioda l’essere hic et nunc nella sua solitudine esistenziale (p. 30):

“Poi la notte arriva e ci lascia insonni
e soli tali e quali a quando
da soli si nasce o si muore.”

Una peculiarità da segnalare, scoperta nell’intimità dei cassetti fino in quella uterina, tattile e al contempo cromatica nella sua dimensione tra sogno ed insonnia nella Navigazione domestica così come in La lunga notte, è una scrittura poetica di urla represse e silenziose, debitrici di Mariella Mehr (p. 35):

“In fondo alla stanza la luna cerca la bambina
seduta per terra, all’angolo,
sono suoi gli occhi rotondi aperti come noci,
sono miei quegli stessi occhi che guardano
verso gli occhi della bambina che piange
e scruta, dentro al buio,

l’orsetto dall’inguine ferito.”

La seconda sezione, intitolata L’ottavo giorno, è un intermezzo di prosa poetica, dal sapore biblico. Cerniera tra il dentro e il fuori domestico, la sezione è un perfetto continuum tra due spazi claustrofobici, senza scampo, tra la casa e un giardino affatto edenico, bensì infernale: “È mezzogiorno e l’inferno colpisce” (p. 46). In una foresta apparentemente lussureggiante di vita, ma in realtà sottoposta alla violenza incessante del sole, la morte è sempre più presente, sin dall’apertura con la citazione della chiusa della poesia Death di William Butler Yeats: “Man has created death”.

A poco a poco le cose lasciano il posto al bianco e al vuoto in una “genesi al contrario” (p. 47), passando attraverso la precisione del linguaggio botanico dell’ultima sezione Geometrie vegetali, giungendo infine alle riflessioni metapoetiche e metalinguistiche contenute nella chiusura del Nuovo alfabeto. Ad aprire la terza ed ultima parte, la sinestesia di Blaise Cendrars, “Le soleil est étourdissant”, continua a suscitare similitudini di una natura violenta: “ignorando la bocca delle bromelie / puntate verso di noi come un’arma” (p. 51), “dei verdi geometrici / resi vividi dalla luce / che affonda come un’ascia tra le foglie” (p. 53), “quasi una tenaglia che stritola felci” (p. 54). In una poesia sempre fedele a se stessa, l’uscita en plein air non concede alcun respiro vitale e liberatorio, dacché in un universo poetico al contrario, la sola non-vita possibile resta nell’ombra delle cose dell’intimità quotidiana. Nello spazio ancora chiuso del giardino, negazione dell’edenico hortus conclusus, la focalizzazione sui muri perimetrali, sempre minati da crepe, conferma la centralità dei margini nella geografia agustoniana. Raggiunta dolorosamente la tabula rasa dopo la forte allitterazione dello “schianto del sole sul selciato” (p. 67), in explicit la dedica a Fabio Pusterla offre infine spiragli. Queste intuizioni rassicuranti di luce benigna sono devotamente affidate al potere della parola capace di rinascere dalle selve e dalle rovine e alla figura del poeta ricercatore caparbio (p. 73):

“così insiste
colui che va e la cerca
setacciando col bastone
dentro alle ombre un’ombra,
sotto strati di licheni e di muschio
o tra radici numerose

la parola che germoglia dalla terra.”