Tu, toi

On pense. On pense en attendant le café, on pense cheminant par les rues; aux choses à faire, au passé, à la personne assise devant nous dans le bus, en un torrent de mots, de langues et de temps intriqués.
Extrait:
Puis un mec s’approche. Voilà, à force de te mettre là à écrire, ça arrive. « Bonjour, est-ce que vous êtes poète? Désolé de vous déranger! » « Ah, non, je ne suis pas poète. » « Ah, parce que je vous ai vu écrire… » « Ah, non, je fais des notes que pour moi. » « Et vous n’êtes pas d’ici? J’ai vu que vous n’êtes pas d’ici. » [è da quando eri di qui che la gente pensa che tu non sei di qui, anche a casa tua tutti a chiederti la prima volta se parli italiano e se capisci la nostra lingua; sembra che tu sia sempre stato d’ailleurs senza mai sapere da dove vieni, di dove sei, quale sia la tua lingua. Avant il y avait les yeux, e adesso ici l’accento, è ora questo e ora quello, t’es d’ailleurs quoi, c’est ça. E se fosse questo il problema, fosse la lingua e non les sentiments qu’on dit malamente come tosse che non si lascia dalla gola e che fa lacrimare] « Non, je suis italien. » « Moi, je suis français, ou bien algérien de France. » Toi, t’aurais voulu dire que t’es calabrais d’Italie, que t’es ici et ailleurs. Il part en te souhaitant buon coraggio. Il te laisse seul à nouveau.

(éditions dasein)

Nota critica

Con Tu, toi, Alessandro Chidichimo esordisce in ambito letterario, dopo aver pubblicato contributi nel campo della filologia e della storia della linguistica. Il libro si presenta come un lungo monologo interiore pronunciato in seconda persona da un ricercatore accademico, un linguista che, nelle sue peregrinazioni giornaliere, si abbandona a pensieri, meditazioni, ricordi. Attraverso un discorso fittissimo che, come preannuncia il titolo con una sottile ambiguità, intreccia continuamente l’italiano e il francese – ma anche, in misura minore, l’inglese e una variante regionale del Sud Italia –, il personaggio ci invita a entrare nella sua vita di studioso calabrese emigrato a Ginevra, immergendoci nella sua quotidianità e lasciandoci scoprire poco alla volta il senso di solitudine e di straniamento che lo avvolge. Dalle riflessioni sul senso del lavoro alle preoccupazioni legate alla precarietà economica, alla questione dell’identità che emerge attraverso la lingua, il libro ci presenta, attraverso brevi capitoli discontinui, l’esistenza di un uomo che osserva le cose e riflette. Con il suo linguaggio originale ricco di calchi e di neologismi, questo testo dalla spiccata oralità e dalla sintassi talvolta debordante, in cui bisogna riuscire a entrare per poi esserne trasportati, riproduce con efficacia il flusso disordinato di pensieri e parole, rendendo anche graficamente, grazie alla concentrazione della pagina e all’inserzione di incisi e di note, l’intrico e la densità di questo turbine.

(Natalia Proserpi in Viceversa 16)