Proleterka

Proleterka è il nome di una nave. Attraccata a Venezia, aspetta di portare in Grecia un gruppo di rispettabili turisti di lingua tedesca. Gli ultimi a salire sono un signore che zoppica lievemente e sua figlia non ancora sedicenne. Fra padre e figlia c’è un’estraneità totale, e insieme un legame che risale a un tempo remoto e oscuro – e sembra precedere le loro esistenze. In quel viaggio, la figlia vorrebbe conoscere qualcosa di più di quella persona inverosimilmente ignota dagli «occhi chiari e gelidi, innaturali». Ma soprattutto sente una furia di scoprire quell’altra cosa ignota che è la vita stessa, sino allora soltanto fantasticata. E la crociera sulla Proleterka è predestinata a iniziarla: «La Proleterka è il luogo dell’esperienza. Quando finisce il viaggio, lei deve sapere tutto». Un giorno, visto dalla specola del ricordo, il passaggio su quella nave, che aveva la patina vibrante di ciò che accade per la prima volta, diventerà un viaggio nella terra dei morti, fra quegli esseri che «vengono incontro tardi» e «richiamano quando sentono che diventiamo prede ed è ora di andare a caccia». I due viaggi si intersecano e si sovrappongono con una impavida naturalezza, fondendosi in una prosa che sa penetrare come una lama nella zona segreta dove si nasconde l’emozione.

Rassegna stampa

[…] Proleterka è la storia di un depistaggio. Della narratrice nei confronti del lettore. E ciò avviene a più livelli: con l'intrico dei contenuti narrativi, con i continui e bruschi cambi di voce narrante (dalla prima alla terza persona, per cui la protagonista diventa "la figlia di Johannes"), con gli spostamenti di luogo, con le riflessioni a commento di un evento ma in effetti dislocabili altrove, infine con la dichiarata intenzione di preferire raccontare un'altra storia, quella di Billy Budd, eroe di un racconto di Melville, abbandonato alla nascita e impiccato senza colpa sul pennone di una nave. Accantonata poi l'idea di identificarsi con Billy, la protagonista sposta l'attenzione su Martin Eden, il marinaio del romanzo di Jack London che si scopre scrittore, rifiuta le oppressioni della famiglia e si annulla gettandosi in mare. Ma anche questa tentazione viene subito abbandonata. Nel corso della narrazione si scopre che l'io approda a ben altre identificazioni, meno eroiche, ma più pregnanti sul piano emotivo. […] (Margherita Noseda, Corriere del Ticino, 28.05.2002)

[…] Di romanzi sulla famiglia e sulla crisi della famiglia, nel secolo appena trascorso, se ne contano, si sa, a centinaia. Ma il piccolo Proleterka è portatore di una novità. Non è un romanzo sulla putrefazione dell'istituto famigliare, sulla sua devastazione e sulla sua corruzione. La famiglia di Johannes e della "figlia di Johannes" non è una tribù dispersa o divisa. Tutt'altro. I membri che la compongono sono tutti uniti, strettamente uniti, ma non dall'affettività famigliare, bensì dal contrario, da un sentimento opposto: una gelida, implacabile disaffezione reciproca, sentita come un imperativo interiore, un dovere preciso e irrecusabile. Di questa gelida disaffezione, simile a una virtù che le è stata inculcata per vie misteriose, è stata fatta partecipe anche colei che scrive. […] (Cesare Garboli, La Repubblica, 03.03.2002)

Intervista: Fleur Jaeggy a proposito di Proleterka

Fleur Jaeggy, il suo ultimo libro Proleterka è stato molto lodato dalla critica. Il suo modo di scrivere è stato definito algido da taluni, da altri malinconico. Per lei, Fleur Jaeggy, cos'è Proleterka?

Proleterka è il nome di una nave jugoslava; è la storia di una ragazzina e di suo padre. Si conoscono molto poco. Il padre è una persona fredda, distaccata. E la ragazzina si domanda i pensieri del padre dove vanno. Il viaggio di due settimane sulla nave Proleterka le offre l'occasione di conoscere meglio suo padre. Mentre vanno a visitare vari luoghi della Grecia, e lei osserva il padre, c'è qualcosa d'altro che la interessa moltissimo. La protagonista del libro (che non ha nome) scopre la vita. Ma nel libro, avvolta come da ombre, da fantasmi, c'è la storia di una famiglia. Una famiglia la cui vicenda inizia in un luogo in cui si parla tedesco. L'italiano è la mia lingua materna, ma il tedesco è una lingua che mi è molto vicina, essendo nata a Zurigo. Per me, il tedesco è una sorta di lingua dei morti, una lingua che mi segue. Alcuni personaggi del mio libro parlano allora tedesco, in un luogo non nominato, in cui sorgeva la fabbrica di tessuti che ha fatto la fortuna della famiglia in questione.

Questa famiglia, poi, però, conosce il disastro economico, e una serie di malattie, di lutti. E' una famiglia segnata dal destino, raccontata attraverso la vicenda di questa sedicenne che, viaggiando col padre, riscopre proprio il passato familiare.

Sembra che le ombre, gli spettri, avvolgano di nuovo la sua vita, la vita che questa ragazzina incomincia. Potrebbero farla soccombere. Ma lei non soccombe affatto. Continua a vivere. A raccontare le storie della sua famiglia. La storia, ad esempio, del gemello di suo padre, colpito dalla malattia del sonno. E lei ha l'impressione che questo gemello li stia seguendo nel corso del loro viaggio.

E c'è poi anche un fratello della ragazzina…

Sino quasi alla fine del libro, la ragazzina sente la presenza di un altro essere, che forse sta vivendo in vece sua. E nell'ultima parte del libro, nelle ultime pagine, c'è un finale a sorpresa, in cui la protagonista scopre cose che non aveva mai saputo.

… cose che non sapeva e che la fanno crescere. Possiamo dire che questo è un romanzo di iniziazione?

E' assolutamente un romanzo di iniziazione. Mi è molto difficile parlare dei miei libri e non so bene il motivo. Vorrei scusarmi. Mi è sempre molto difficile. Soprattutto quando un libro è appena uscito: fino all'ultimo stavo lavorando ancora sulle bozze…

Il suo stile, Fleur Jaeggy, è assolutamente particolare e personale. Frasi brevi, paratattiche, grande intensità del risultato. Come lavora?

Questo libro l'ho iniziato vari anni fa, in parallelo ad altri testi. Quando finisco di scrivere qualche pagina, poi leggo ad alta voce quello che ho scritto. Se c'è qualcosa che non va, me ne accorgo subito, perché leggo il testo come se fosse stato scritto da un'altra persona. Il ritmo, la musicalità, sono per me importantissimi. E mi accorgo subito, leggendo ad alta voce, se ci sono pause o ritmi che non funzionano. Malgrado questi "esercizi" che compio sul mio testo, sino all'ultimo non sono convinta del risultato. Su questo libro ho continuato a lavorare fino all'ultimo. E non ne ero convinta. Ora però che è uscito dalla mia casa, non ci penso più, non lo guardo più e in un certo senso, quasi non vorrei neppure più saperne. (Maria Grazia Rabiolo, Rete2 – Radio Svizzera Italiana, 28.11.2002)