Corpuscoli di Krause
Poesie

Gridano, non è vero? Ti assediano
nonostante il buio di un cassetto
dove hai riposto voci, visi, le storie consumate

ma irrisolte. Sono immagini del mondo:
quelle atroci ed involute, quelle nere
che fumano di cenere e di corpi

di vuoti impronunciabili. Talvolta
le disponi con un ordine
che assomiglia a una deriva

e non sai, non trovi un senso
e pesano negli occhi, lo so.
Le riponi e ritornano.

Ne ritagli altre dai giornali, altre storie
altre vite. Altre assenze
o geografie, altre grida farsi roche

e talvolta son le tue, dando voce a chi non c’è.

Raccolta completamente diversa da qualunque cosa abbia precedentemente pubblicato in volume questi Corpuscoli di Krause di Fabiano Alborghetti. Poeta solitamente di largo respiro, noto per i romanzi in versi o le ampie narrazioni in poesia, ecco che per la prima volta si confronta con una dimensione più breve restando però fedele alla sua vena civile più profonda, intima, senza mai indulgere al sentimentalismo o al compiacimento retorico. Alborghetti ha fatto della categoria del sogno – e non solo della realtà sociale – una sorta di nostalgia ontologica, una stagione creativa che brucia la realtà.

La realtà di questi Corpuscoli è multiforme: franamenti, pandemie, i conflitti della storia umana spesso inumana e impietosa, dove il tempo affretta e la cronaca parla sempre più dal fondo. A combatterne i disorientati contrasti, a ricucirne i brandelli, ecco lo spiraglio di un punto di domanda. Corpuscoli, sollecitazioni termiche e sensoriali che emergono. Sono istanti, respiro. Forse una traccia.

No, non saremo solo corpi crivellati dall’assenza
ma un ventaglio di miracoli.
Senti quanto ti dura il mondo, dentro.
Dimmi:
da dove cominciamo?

(Presentazione del libro, Capelli)

Recensione

di Ariele Morinini
Inserito il 17.05.2022

Con il titolo Corpuscoli di Krause, Fabiano Alborghetti raccoglie una scelta eterogenea di testi e suites poetiche, ordinate in sei partizioni di ampiezza variabile. L’intestazione, di una complessità estranea alla sua poesia, fornisce una chiave di lettura efficace per decifrare le tensioni e le dominanti attorno alle quali si struttura la silloge: i corpuscoli di Krause sono dei recettori naturali che permettono all’uomo di percepire il freddo; alla sensibilità di queste terminazioni nervose si accostano metonimicamente i componimenti dell’opera, che fanno dell’empatia la propria cifra stilistica. I testi sono originati da sollecitazioni di vario tipo, che hanno motivato negli anni – tra il 2010 e il 2021, ci informa una nota d’autore – la stesura delle varie parti del libro. In questo senso, Alborghetti è poeta d’occasione, più vicino tuttavia a una pratica rinascimentale della poesia che a quella montaliana. Infatti, le circostanze all’origine dei componimenti, tolte quelle di natura personale o biografica, sono connesse a iniziative esterne, istituzionali: esposizioni artistiche (Legni, Colombe), progetti editoriali (Sezione del lavoro, Spartaco, Poemetto della vergogna, Quattro frammenti (misericordia d’un ricordo)), concorsi internazionali (L’occhio di Plimsoll), celebrazioni d’anniversario (Landesstreik 1918) e discorsi pubblici (Equazione delle responsabilità per ogni nuovo anno). Di conseguenza, questi testi prendono distanza dal più canonico procedimento introspettivo e in alcuni casi persino dai trascorsi individuali: secondo un modus operandi ben noto ai lettori di Alborghetti, anche questa raccolta presenta una poesia sperimentale, in senso etimologico. Dando seguito a una procedura inaugurata con il poemetto L’opposta riva (Lietocolle, 2006) e consolidata successivamente con Il registro dei fragili (Casagrande, 2009), l’autore ripropone in Corpuscoli di Krause una poetica fondata sull’esperienza documentaristica, quasi da reportage; un’esperienza non spontaneamente vissuta, ma praticata con il fine di tradurla in parole: così, in particolare, le suites Legni, Colombe e Sezione del lavoro. La prima, redatta in occasione della mostra “Di legni e di colombe” dell’artista Flavia Zanetti, è allestita dopo aver lavorato nei boschi del Malcantone come taglialegna per alcune settimane; la seconda, composta su invito della rivista letteraria «Groundzero», nasce dalle informazioni raccolte, con l’ascolto e il dialogo, in un ufficio di collocamento. Come documentano queste poesie, Alborghetti è poeta empatico, capace di calarsi in situazione, di filtrare vicende diverse, anche critiche o marginali, alla luce della propria sensibilità e di travasarne i sedimenti emotivi in ampie lasse di versi.

A compensare il sostanziale antilirismo dell’insieme, alcune sezioni spostano invece l’attenzione sul vissuto personale, sull’io: ed è forse questa la vera novità della raccolta. In particolare, a tale postura si devono le serie Intuitu personae, una breve narrazione in versi dedicata alla morte del padre, e Complicanze e altre forme, nella quale l’esperienza di un ricovero si fa spunto per la riflessione sulla fragilità dell’uomo e sull’attesa. A queste, si somma quella a un tempo individuale e collettiva della pandemia, dalla quale nasce L’occhio di Plimsoll, una sorta di cronaca del primo anno di emergenza sanitaria, scandita nelle dodici mensilità.

Se è vero che la raccolta si distanzia, per impostazioni e contenuti, da quanto pubblicato in precedenza, è innegabile che sul piano formale i Corpuscoli di Krause non rinunciano del tutto al sistema del poemetto o della narrazione in versi, caro all’autore. Con l’eccezione di due poesie autonome, la raccolta comprende infatti delle suites, redatte nel segno della coesione e compattezza narrativa: la serialità che struttura le partizioni è dichiarata sin dai titoli dei singoli componimenti, giocati sulla sostituzione di poche variabili entro schemi definiti (Cenni, classificazioni, attese; Movimenti, visioni, mancanze; TAC, attese, parole) o sulla progressione dell’ordinale, arabo o romano. Si veda, ad esempio, la sezione Landesstreik 1918, una sintesi di sguardo poetico e storico-documentario, nella quale la scansione numerica decrescente acquista sfumature semantiche, ricordando un conto alla rovescia. Anche fuori dalla dinamica seriale, la minore estensione dei testi raccolti nella silloge è in ogni caso estranea alla brevitas. La poesia di Alborghetti è fluente, non è mai epigrammatica o gnomica: posta l’equazione tra romanzo in versi e romanzo, i corpuscoli sono allora assimilabili, per ampiezza e funzionamento, a dei racconti in versi.

Oltre a quella narrativa, nella raccolta emerge anche un’esigenza di chiarezza, di comprensibilità. Alla celebre categorizzazione proposta da Franco Fortini, che distingueva tra la poesia “oscura” e la poesia “difficile”, andrebbe aggiunta per Alborghetti una terza categoria: la sua è una poesia “inclusiva”, di facile lettura. L’autore non si allinea a una tendenza poetica che ha fatto scuola dalle Occasioni in su, non intende insomma «torcere il collo all’eloquenza». Al contrario, l’eloquenza della narrazione non è mai tradita, persino nelle suites più complesse sul piano del significato: ad esempio Positroni, che discute in versi alcuni concetti della fisica quantistica. Qui, come più diffusamente nella silloge, l’autore compensa la difficoltà con ampie note, che spiegano e contestualizzano; mentre poco in questo senso è demandato alla ricerca e alla fatica del lettore. Nel complesso, la leggibilità del libro, come dei precedenti, è favorita dalla predilezione di Alborghetti per una poesia del contenuto su una poesia della forma, per una poesia della realtà su una poesia letteraria. E quando presente, il dialogo con la letteratura è mediato da citazioni scoperte: ad esempio da Primo Levi («Se questo è un uomo non sfiora il pensiero», p. 53 mio il corsivo) o da Hotel Supramonte di Fabrizio De André («Quando ti svegli, se hai ancora paura | ridammi la mano», p. 12); oppure i riferimenti sono dichiarati in nota: si veda l’incipit pusterliano di TAC, attese, responsi o i titoli orelliani disseminati in Quattro frammenti (misericordia del tempo).

Alla coerenza narrativa che attraversa la raccolta corrisponde una compattezza stilistica, che permette ad Alborghetti di accostare misure e forme diverse. Anche in questo senso la continuità con l’esperienza poetica precedente risulta chiara: lo testimonia, ad esempio, l’uso della strofetta di tre versi (con un verso di congedo) che struttura una buona percentuale dei componimenti riuniti in Corpuscoli di Krause e che già era impiegata dall’autore agli esordi, in Verso Buda (Lietocolle, 2004). Alludendo alla terzina dantesca e a quella magistralmente mutuata nel Novecento da Pasolini, la terzina di Alborghetti è di fatto svuotata delle sue ragioni profonde, strutturali, e vale in sostanza come consuetudine grafica. Lo documenta il fatto che la strofetta può essere costituita da versicoli irrelati e di varia misura («Avevi ragione tu a dire | che se nulla c’è da dire, allora è meglio | un buon tacere. Troppe rane [...]», p. 61) come da doppi ottonari variamente assonanzati, una forma metrica largamente praticata già nelle precedenti raccolte («col dolore nella testa che non smette da tre giorni | con la stanza verso casa e la flebo nella mano | con la voglia del pigiama e un timore da accudire», p. 109). Questo metro, che accenna agli alessandrini narrativi di Gozzano, genera un ritmo binario, cantilenante, coerente con l’impianto discorsivo della poesia. Anche i componimenti anisosillabici mantengono una cadenza analoga; più mossi sul piano metrico-sintattico, questi ultimi impiegano la versificazione con funzione apparentemente pausativa o sintattica, che si sostituisce o somma alla punteggiatura. Si veda, ad esempio, la prima parte del quinto movimento della suite dedicata agli Amanti di Valdaro:

Dice uno li esponiamo:
una mostra itinerante
e la stampa prende nota e riporta la notizia
mentre dopo la tivù fa riprese degli scavi
cerca bene di mostrare
quei due corpi ancora assieme: è una storia
copertina per il mese di febbraio. (p. 71)

In conclusione, Corpuscoli di Krause è un libro originale, distinto dalle esperienze poetiche più comuni e praticate in lingua italiana. Tuttavia, per le sue caratteristiche, questo tipo di poesia è forse più efficace sul largo respiro, per narrazioni con una maggiore apertura toracica, e risulta invece strozzata nella brevità della suite. Nondimeno, la raccolta, per la sua forza empatica e per la serietà dei contenuti veicolati, trasmessi con una lingua e uno stile piani, che non sentono il bisogno di nascondersi dietro i riboboli e gli eccessi retorici di certa letteratura, è lettura godibile, che può conquistare anche i frequentatori meno assidui del genere.