Le malorose
Confidenze di una levatrice

In un’isolata Valle di Blenio di inizio Novecento, la levatrice Caterina Capra è chiamata al capezzale di don Antonio, parroco di Corzoneso, che per un male sconosciuto ha perso l’uso della parola.

Abituata a trattare i corpi sofferenti delle donne, quelle «malorose» che aiuta a partorire o qualche volta a «liberarsi», nella quiete della stanza del malato Caterina tenta di scacciare l’imbarazzo raccontando a voce alta quel che si chiede preoccupata la gente. E adesso chi li battezzerà i neonati? Chi leverà alle madri l’impurità del parto? È vero che procreare in un paese senza prevosto porta male?
Di fronte al prete inerte e muto, col passare dei giorni Caterina si fa coraggio e, cosciente dell’eccezionalità della situazione, comincia a incalzarlo con pensieri e domande che la tormentano. Come è possibile che alla messa si parli sempre e solo di peccato e si taccia il resto? La vede, don Antonio, la miseria nera, la paura di restare incinte, la vergogna del sangue tra le gambe? La voce schietta e vigorosa della levatrice sale e si gonfia pagina dopo pagina, occupando tutto il silenzio della stanza e accogliendo in sé le voci e le disgrazie delle molte donne che ha incontrato negli anni. È forse per questo dolore antico che il monologo di Caterina prende a tratti il carattere di un corale j’accuse, una protesta non priva – per noi che crediamo di vivere in un altro mondo – di una sorprendente attualità.

(Presentazione del libro Casagrande)

Recensione

di Carlotta Bernardoni-Jaquinta
Inserito il 03.08.2022

L’opera di esordio di Sara Catella, pubblicata presso le edizioni Casagrande di Bellinzona, raccoglie le “Confidenze di una levatrice” bleniese, Caterina Capra, chiamata a prendersi cura degli ultimi respiri di don Antonio Bolgeri, parroco del paese di Corzoneso, malato e privo dell’uso della parola. Per poco più di due settimane del mese di novembre 1912, l’ostetrica siederà a fianco del morente a cui, per cominciare, confiderà “i pensieri” (p. 38), ovvero le paure e le preoccupazioni, dei suoi compaesani. Quello che tormenta in primo luogo gli abitanti del paese è chi si occuperà di battezzare i neonati e di levare “l’impurità del parto, alle donne” (p. 27). Inoltre, “qualcuno dice anche che partorire in un villaggio senza prevosto porta male.” (p. 27)
Inizialmente la donna sembra doversi abituare all’eccezionalità della situazione e si trova così timidamente a tastare il terreno (“Io vi guardo, mi mettete ’na certa pigöira, alora esagero, io dico delle cose… ma sono delle cose che non dico mica a nessuno. Qui in stanza, ci siamo solo noi, o no? Mi sentite?” p. 19), con lo scorrere delle pagine, però, il ribaltamento della situazione giunge al culmine, al punto che sul finire del monologo la confidenza di Caterina diventa una vera e propria predica: “Sono solo una peccatrice, lo so, ma non posso più far cito, adèss siete voi a tacere e io a parlare” (p. 53). L’assenza di risposte da parte del prevosto permette non solo a Caterina di dare spazio alla sua di voce – e insieme a lei a quella delle tante “malorose” che ha accompagnato nel dolore – ma anche di trovare un posto diverso nella fede che non necessita più di intermediari: “Oggi, se ho qualche dubbio, mi rivolgo direttamente al Signore. Tutti questi giorni senza i vostri sermoni, sapete, ho cominciato a parlare più spesso con Dio.” (p. 63). Quelle due settimane di silenzio diventano allora il simbolo dell’assenza di conforto e di risposte vissuta dagli abitanti di Corzoneso nelle pene quotidiane. L’ira che Caterina prova di fronte all’immobilità del malato (“Il vostro riposo e il vostro silenzio sono una vergogna di fronte alla sofferenza di noialtri! Voi mi fate salire la collera, come la panna che diventa burro. Posso andarmene sbattendovi la porta in faccia? No. Fisso i miei occhi al vostro muso…”, p. 58) non è dunque tanto da imputare al momento presente quanto a quello che questo momento cristallizza.
Le preoccupazioni iniziali riguardo all’arrivo dei nuovi nati in assenza dell’uomo di Chiesa lasciano spazio a questioni ben più ampie relative al destino delle donne, impure per natura:

“Fin che voi, curato, non passate a benedirle, restano donne corrotte. Ma, ditemi un po’, i nostri ventri che si gonfiano, è anche colpa di un uomo, o no? Alora, io dico al sindaco, al dutór, e a te prevosto, ma noi, le donne, cosa abbiamo fatto di male? In quei momenti, già difficili, voi osate trattarci come esseri impuri? Ma come si fa? Misericordia.” (p. 32).

L’accusa è sì mossa al parroco, insieme agli altri uomini che detengono il potere nel paese, ma indirettamente anche alla società tutta, inevitabilmente divisa fra maschi e femmine, fra uomini e peccatrici. Alle donne spettano le gravidanze, il parto e infine, quando gli uomini sono obbligati a emigrare – altro tema forte del racconto – la solitudine:

“Uno, due, tre, quattro, dieci, fino a quindici figli per donna… Le donne s’usano, i corpi invecchiano. La sofferenza è la signatura d’una donna, non c’è un’altra misura. Per finire, questi figli si partoriscono nella sofferenza, li portiamo con noi, nella miseria di tutti i giorni, per vederli poi partire. Diventano macchinisti, scalpellini, falegnami, fabbri, fuochisti. L’emigrazione dello stare meglio, la chiamano. Vederli partire è anche vederli morire lontano da noi. Altro che star meglio, in quanti emigrano e finiscono male? E a noi che cosa ci rimane?” (p. 34)

Se il dramma del partire tocca da vicino le pagine del libro di Catella, è soprattutto dal punto di vista delle donne – rimaste a casa sole – che il tema della migrazione viene considerato. Il dolore fisico di un corpo che ne deforma un altro, con l’emigrare dei figli (quei “malorós, i compatrioti lontani”, p.43) si espande simbolicamente fino a diventare psicologico, emotivo: “Ma chi aspettano [le camere]? Aspettano il ritorno di quelli che sono partiti. Ma faranno ritorno?” Si svuota il corpo, nel dolore, e così la casa.

Quello scelto da Catella è un linguaggio orale – reso particolarmente vivo dalla presenza del dialetto bleniese –, privo di fronzoli e giri di parole seppure ricco di immagini (“…io li vedo i fossi, che i padri scavano con tanta collera che la terra sembra diventare nera per le bestemmie.”, p.29), spesso crudo (si veda per esempio, il racconto di un parto particolarmente difficile a p. 31), che ben rappresenta la situazione dell’epoca e trascina senza dubbio il lettore nello sfogo del j’accuse, sottolineando al contempo il peso della sofferenza descritta e la profondità dei temi esposti. Proprio in questa ricerca dell’onestà del monologo, curato per rispecchiare uno spaccato di realtà ben preciso, in poche pagine dense e concise, risiede la forza dell’opera che riesce così, grazie anche alla potenza delle tematiche, a coinvolgere lettori lontani nel tempo e nello spazio. L’elemento forse più attuale fra i vari motivi presentati è proprio quello del ruolo ancora così sminuito della donna – e della madre – nel mondo, celeste o terreno che sia:

“Mio curato, ho un cruccio io! Un cruccio, vi sorprende? Sapete se le madri hanno un posto in paradiso? Negli affreschi in chiesa qui, a parte la Madòna, non ho visto delle donne. So bene che Gesù ha scelto degli uomini come apostoli, so bene che il prete rappresenta Cristo, che era un uomo. Dio è un maschio, Dio è un padre, signore, creatore, giudice e salvatore. La madre di Gesù era una donna, possibile che vale così poco mettere al mondo una creatura?” (p. 47)

Le domande di Caterina, tuttavia, vanno oltre il solo universo femminile: la morte, le sue conseguenze, per il corpo e per lo spirito, e poi quello che rimane, il ricordo delle persone che non ci sono più e il procedere della vita al di là della sofferenza e al di là del peccato. “Non c’è consolazione per nessuno se nessuno inizia a essere più soave. A rompere il circolo delle sofferenze” (p. 53), dice Caterina che si interroga sulla cattiveria e vuole essere ricordata “con benevolenza” (p. 52). E quel circolo Caterina lo interrompe proprio con il suo parlare: la Lucia, la Rosalba, la Maria e tutte le altre “donne coraggiose, anche se dannate” (p. 42) non sanno più come sopravvivere, come fare a dar da mangiare ai figli, estenuate dal lavoro e dalle gravidanze e confidano i loro pensieri più bui alla levatrice che, al contrario del rappresentante della Chiesa, “non le giudic[a] mica” (p. 42). Nell’intimità di una stanza chiusa, questa volta la levatrice non assiste una donna urlante, bensì un uomo ammutolito – che in fondo li rappresenta in qualche modo tutti – che, per una volta, si vede costretto a sentire “la voce della disperazione” (p. 41) a cui Caterina fa da portaparola.

La fascia rossa in copertina che avvolge il ventre delle donne ritratte nello scatto di Roberto Donetta (figura che compare anche nel racconto e vi introduce, lateralmente, il tema della fotografia affiancato da quello della memoria) porta allora con sé sicuramente il ricordo del sangue quale simbolo della sofferenza nel dare alla luce, ma anche, forse, quello della censura, di un silenzio che trova finalmente il modo di rivendicarsi.