Il volto di Pasolini
Poesie

«Il signore di fronte controlla quanto ha mangiato il suo cane e pulisce la scodella, una cura quasi ossessiva; la zuppa è ancora calda? È rimasta acqua da bere? I croccantini – l’animale ne è goloso – meglio fare finta di niente? Intanto Black invecchia, nessuno saprà delle malattie dell’altro e questo è così, non c’è età per la morte, né un’idea per prepararla. Accade e basta.»

Massimo Daviddi ci viene incontro con un nuovo libro, denso e molto bello, che conferma la sua maturità di poeta e che si presta davvero a più prospezioni. In queste brevi, trepide prose, l’autore affina ulteriormente la scrittura “ascetica” che gli è propria (il termine Spogliazione, titolo di una delle sezioni, potrebbe anche assurgere a simbolo più inclusivo): la paratassi sapiente, le frasi scorciate, le sospensioni della voce, le immagini concise sanno infatti generare – nella loro contiguità – impreviste accezioni. E si impongono sequenze che coincidono con la progressiva messa a fuoco dei soggetti inquadrati, capaci di attingere una sorta di eroismo povero (anche i conforti hanno una veste sobria). Naturalmente il non detto svolge qui un ruolo importante, producendo talvolta momenti criptici, che tuttavia si spiegano con l’impossibilità di esprimersi per verba quando la commozione vince e stringe la gola o quando la verità risulta inafferrabile. (Dalla prefazione di Tiziano Rossi)

(La Vita Felice)

Recensione

di Marica Iannuzzi
Inserito il 08.05.2023

Ne Il volto di Pasolini Massimo Daviddi ritorna con brevi prose poetiche che segnano il raggiungimento della sua maturità poetica. A precederlo troviamo quattro raccolte: Zoo persone (Edizioni Ulivo, 2000), esordio dell’autore; L’oblio sotto la pianta (Edizioni Casagrande, 2005), finalista al Premio Viareggio; Il silenzio degli operai (La Vita Felice, 2012), vincitrice del Premio federale di letteratura; Madre Assenza (La Vita Felice, 2017). La nuova raccolta, con prefazione firmata dal poeta milanese Tiziano Rossi, è composta di sei sezioni (Scorci, con testi apparsi una prima volta su «Viceversa letteratura 13-2019», che aveva dedicato un dossier all’autore; Ogni specie si estingue; Ex Voto – Santuario del Santissimo Crocifisso dell’Annunciata, Como; Ex Voto – Santuario della Madonna del Sangue, Re; Spogliazione; Lido) e di settantaquattro componimenti (tutti senza titolo).

Esaminando le azioni di esseri animati e inanimati che abitano il mondo, il poeta si interroga e interroga la vita, il male, la sofferenza, la salvezza, la morte, e fa interrogare anche noi lettori e lettrici. La sua ricerca è saldamente ancorata al presente, all’ambiente, che è proprio ciò che circonda chi scrive e chi legge. I quesiti che ne derivano rimangono sospesi, ma i versi ben aderenti alla quotidianità fatta di presenze e assenze, rumori e silenzi. La penna dell’autore apre «scorci» (p. 14) – parola che non a caso corrisponde al titolo della prima sezione – nel tempo e (de)scrive immagini, vicine e lontane, silenziose e rumorose, salvifiche e struggenti: dalla «fila delle tazze» nel fondo del cassetto (p. 35), alla padrona che cerca la sua «gattina Wendy» (p. 19); dalle persone che «guardano in silenzio» il loro pasto finito (p. 77), alla gru assordante che «inizia il suo lavoro» (p. 83).

I versi scavano in questi «scorci» e documentano «la vita, dentro un tratto di vita» (p. 14). Il motore di tutta la ricerca è l’osservazione: vengono registrate accuratamente le certezze e le incertezze esistenziali, gli oggetti quotidiani e le entità viventi, in particolare l’essere umano. Quest’ultimo è a volte sconosciuto e a volte conosciuto, a volte assente e a volte presente, a volte lontano e a volte vicino, e in tali condizioni lo si vede vivere, soffrire, resistere, morire. Tutti i personaggi, a parte qualche rara eccezione, sono anonimi o anonimizzati, «l’impiegata e la signora anziana» (p. 47), «[l]’insetto X» (p. 42) e «i figli NN» (p. 53).

Manifestano la loro fragilità e debolezza, come le persone ammalate (p. 18) o il vecchio cane Black (p. 29), e al contempo dimostrano la loro capacità di resistenza: ne sono un esempio le lumachine «all’angolo della strada che con la saliva cercano un appoggio» (p. 16), la foglia che «si arrampica con tutte le forze sul tronco» (p. 94) e la bacca che resiste «al vento» (p. 97). Tra i personaggi sotto la lente d’ingrandimento del poeta vi è un cospicuo numero di animali che non passano inosservati, per quantità e varietà, tra cui anfibi, insetti, mammiferi, rettili e volatili. La loro esistenza è fortemente minacciata dall’essere umano, tanto che «si estinguono le specie» (p. 33), come ricorda pure il titolo della seconda sezione. Il componimento che la apre, però, inscena anche il possibile rovesciamento dei ruoli: all’io sembra che l’animale che sta cacciando prenda la parola e minacci il genere umano e la sua sopravvivenza, dicendo: «lascia questo terreno […] sii tu una volta in fuga, per una volta tu» (p. 33). Essere umano e animale, tuttavia, sono alla ricerca della medesima cosa: come la vespa «continua a oscillare tra il vetro e la persiana, cerca di salvarsi come può» (p. 71), anche noi cerchiamo «una via d’uscita» (p. 89), «uno sbocco» (p. 89), anche se «non c’è età per la morte, né un’idea per prepararla. Accade e basta» (p. 29).

Il poeta non è solo un acuto osservatore, ma anche un attento ascoltatore perché è «nel fluire delle immagini, di un suono» che si vede «la vita» (p. 14). I rumori sono quelli provocati dagli oggetti, per esempio i suoni delle croci (p. 98), oppure dagli elementi naturali, come la musica del vento (p. 65), oppure ancora dagli esseri viventi, come le voci di persone o di animali – e persino i «[r]umori sottili» sono «capaci di far[c]i cercare qualcuno o qualcosa» (p. 28). I suoni sono percepibili non solo nella quotidianità, ma anche nel linguaggio che è prevalentemente paratattico e intessuto di parole allitteranti e frammentate, di ellissi e reticenze: «ora che ricordiamo noi con il ricordo» (p. 81); «a lato delle piante ondeggiano, c’è vento, arriverà la pioggia. Quali, i nomi?» (p. 65). Queste particolarità foniche e stilistiche rendono la lingua man mano più asciutta, ma allo stesso tempo più ricca di misteri e dubbi: «cosa resterebbe di più di quanto siamo ora, se ci parlassimo?» (p. 53); «Quale il tuo nome, da dove vieni?» (p. 79); «Noi, dove finiremo?» (p. 82). Le domande occupano una posizione privilegiata nel verso, l’inizio o più spesso la fine, rimanendo sospese e in sospeso: «E della stirpe dei signori seduti sotto gli ombrelloni, sai qualcosa?» (p. 43). Come osserva Rossi nella prefazione, «il non detto svolge qui un ruolo importante, producendo talvolta momenti criptici», impossibili da esprimere a parole, «quando la commozione vince e stringe la gola o quando la verità risulta inafferrabile» (p. 5).

Nell’animo dei personaggi si alternano non solo voci inquisitorie e silenzi meditativi, ma anche periodi di attesa e attimi di fuga. Il tempo corre e ci rincorre, nella vita e nella raccolta che si apre (e si chiude) con un’indicazione meteorologica. Il perpetuo alternarsi delle stagioni accompagna «la vita che scorre» (p. 34) e Crono si rivela a volte amorevole, a volte crudele: «Come ti senti oggi che invecchi e la paura ti schiaccia?» (p. 69). Noi cambiamo nel tempo e il tempo ci cambia, e cambiano anche le cose, «sfumano, fanno altre immagini, si trasfigurano» (p. 22). Tutti e tutte noi siamo invitati (o destinati?) a «rallentare, cambiare volto» (p. 15), l’intera raccolta è un invito a fermarci a osservare, per capire e capirci. Ma l’osservazione attraverso gli interstizi intimi, talvolta dimenticati, genera ancora nuove domande, un’accumulazione di situazioni incomprensibili che giustificano la nostra ineffabilità e ci fanno restare «senza avere niente da dire o aspettare, lontani dalla via che conosciamo» (p. 93). Quando poi si arriva all’apice dello struggimento o alla resa dei conti non ci sono più parole nemmeno «per chiamare i vivi e i morti, per distinguerli» (p. 94).

A mutare sono anche le condizioni esistenziali e con esse gli ambienti in cui tali mutamenti avvengono. Nelle prime due sezioni prevalgono i luoghi della vita quotidiana, come la scuola (p. 21), la macelleria (p. 22), la casa (p. 28); nella terza e nella quarta sezione – che non a caso riportano nel titolo nomi di santuari – lo spazio privilegiato è la chiesa (p. 47). In questo luogo sacro, che segna strutturalmente la metà della raccolta, l’io diventa il personaggio principale e «[d]a qui guard[a] il mondo, esc[e] ed entr[a], sospend[e] ogni pensiero» (p. 69). Le ambientazioni dell’ultima sezione Lido sono tutte acquatiche, come il mare, la cascata, la diga, la spiaggia e il già citato lido. L’acqua incornicia le azioni e le riflessioni e si manifesta in ogni sua forma e simbologia: acqua come elemento di rinascita (il fiume, p. 97), di salvezza (il porto, p. 67), di purificazione (la pioggia, p. 65) e di morte (p. 92).

Da «una fessura» – quella della penultima sezione Spogliazione – si vede colui che è presente nel titolo del libro: Pier Paolo Pasolini, con un «volto fatto d’ossa, atlante» (p. 84) e reso tale dal tempo, il filo che cuce insieme tutti i componimenti. Il suo viso è scavato dalle inquietudini nostre e del nostro presente, eppure ci sorregge, come Atlante sorreggeva il mondo, e si presenta ora con ciò che gli resta, l’essenziale. Le continue perdite che compongono l’esistenza umana, infatti, conducono inevitabilmente verso una spogliazione che a sua volta conduce verso l’essenzialità. L’aspetto disadorno di quest’uomo «che appare straniero senza esserlo» (p. 84) incarna una disperazione che si concretizza nella sua morte. Il centenario dalla nascita di Pasolini (1922-1975) coincide con l’anno di pubblicazione della raccolta, il 2022, anno che ha segnato altresì la storia dell’umanità, a causa del protrarsi di una spaventosa pandemia di cui si fa menzione in più di un componimento: «sappiamo delle ultime guerre, di questa pandemia, sappiamo della nostra idea di eternità che sfuma davanti a una cosa che non conosciamo e che ci viene incontro» (p. 94). Anche la lingua sembra spogliarsi del superfluo: nel corso della lettura le costruzioni sintattiche si alleggeriscono, le immagini diventano ancora più concise, gli scorci intimi e universali fotografati con la penna sono messi via via più a fuoco per arrivare a inquadrare solo l’essenziale.

Insomma, la poesia di Massimo Daviddi ci incoraggia a posare «lo sguardo su una cosa qualsiasi, viva o inerte» (p. 96), a guardare con tutti e cinque i sensi perché «di questo abbiamo bisogno», che il nostro cuore «non resti fermo, raggrumato, accanto al nostro vivere» (p. 90).