Discorso senza un alito di vento
Quartine

«Da dove giunge la poesia di queste quartine?

Possiamo certo tenere conto dei riferimenti biblici, delle inevitabili reminiscenze di altri poeti, delle epigrafi scelte dall’autore dalle quali si potrebbe risalire almeno a una parte dei suoi riferimenti filosofici, ma la caccia alle fonti non sarebbe di grande aiuto per rispondere a questa domanda. Considererei più attentamente la presenza frequente di dispositivi fonetici – rimici, allitterativi, anagrammatici – che ci inducono a pensare che buona parte del fascino di questi versi emani dalle profondità della lingua, dove giocosamente e non senza humour le parole convocano altre parole. Credo però che la vera risposta non sia diversa da quella che le quartine stesse danno alla domanda sulla genesi della poesia e che Discorso senza un alito di vento sia il frutto, nuovo e originale, di una pura e felice ispirazione». —

(Dalle note di lettura di Renato Giovannoli, presentazione del libro Casagrande)

Recensione

di Natalia Proserpi
Inserito il 25.04.2023

Discorso senza un alito di vento è la terza raccolta di Leopoldo Lonati, pubblicata da Casagrande nel 2022 a distanza di diciassette anni da Le parole che so (Leggere, 2005). Costituita da 103 quartine più una – la numero 0, posta in apertura – divise in tre parti di diversa lunghezza introdotte da una citazione, la silloge si configura come un vagabondaggio dell’io alla ricerca di un senso, di una fulminea e momentanea rivelazione, in un mondo frusto e consunto in cui anche la parola sembra aver perso vitalità. Sullo sfondo di un paesaggio in cui dominano tonalità cupe, l’io lirico si muove come un «carovaniere», un viaggatore che vagabonda nell’attesa di cogliere un bagliore che illumini la «notte»:

L’implacabile legge: la chance d’esser
sonnambulo carovaniere dentro
la nera tenerezza della notte.
Discorso senza un alito di vento.

La raccolta si muove su un doppio livello: quello dell’io, che riflette e si rappresenta nella postura del viaggiatore-osservatore che vaga nell’oscurità, e quello del mondo attraversato e scrutato, che si manifesta sulla pagina attraverso oggetti, animali, piante. Quella di Discorso senza un alito di vento è infatti una poesia fitta di presenze, di soggetti al tempo stesso concreti e simbolici, di motivi che si delineano attraverso un uso ampio dello stile nominale e tra i quali l’io lirico sembra talvolta scomparire.
Se annuncia quindi la postura dell’io, nel suo attraversamento di una realtà varia e multiforme, la quartina che dà il titolo al volume (la numero 14) lascia anche intravedere la dialettica attorno a cui esso si struttura. Alla gioia esplicitata al verso 1 – che esprime la speranza di fronte alla ricerca di «qualcosa che dia origine a qualcosa» (10) – si contrappone infatti la constatazione della difficoltà, l’emergere della sfiducia, resa attraverso la dichiarazione dell’assenza del vento, un motivo che torna spesso nel corso del libro ad accompagnare i momenti di rivelazione e scoperta. Proprio come un percorso fatto di stalli e di illuminazioni, di speranza e di frustrazione – un percorso faticoso e pieno di dubbi che, come la luce, «affonda, emerge, affonda. Vagabonda» (55) – può essere letta la raccolta, la quale non a caso, come ci informa Aurelio Buletti nella nota di lettura in calce al libro, presenta le quartine nel medesimo ordine in cui sono state composte. Più che come sezioni autonome, le tre parti in cui è organizzata la silloge, prive di titoli e di separazioni grafiche, vanno considerate allora come momenti alterni di un itinerario che è al tempo stesso esistenziale e poetico.

L’opposizione dialettica che attraversa il volume viene come annunciata dal testo posto in apertura. In questa quartina carica di allitterazioni e di ripetizioni foniche il «finto», emblema della superficialità, della falsa apparenza – altro tema presente in filigrana, grazie anche alla ricorrenza di motivi come la maschera e lo specchio –, si rifrange tramite i suoni fino a trasformarsi nel suo opposto: dietro ciò che è finto è possibile per un istante intravedere il vero e l’autentico:

Un FinTo TuTTo FinTo. TuTTo FaTTo
di FinTo FinTo. Invero, TuTTo vero.
FinTo inToPPo. PonTe TinTo di noTTe.
STRilli di veTRo TRa i ToPi aTTeRRiTi.

Se annuncia, estenuandola, la densità fonica che caratterizza la raccolta, la quartina lascia anche intuire come la scoperta del vero possa a volta giungere proprio tramite l’esperienza della parola e dei suoni. Come recita l’epigrafe da Joseph Joubert posta in apertura, infatti, «Cercando la parola si trovano i pensieri» – una citazione che fornisce forse anche un’indicazione di metodo, come a dire che la poesia nasce talvolta proprio dalla ricerca del ritmo.
Dopo questo primo componimento che introduce le coordinate semantiche e formali del libro, la prima quartina (1) immerge subito il lettore nel clima «estenuato» che domina la raccolta, già peraltro anticipato dalla chiusa del testo introduttivo: «Piove dall’alto dell’abisso polvere; / polvere, fango e poi di nuovo polvere». A caratterizzare il mondo nel quale l’io lirico si muove intervengono spesso motivi come la pioggia e la neve, il ghiaccio e la polvere, a cui si alternano il caldo e l’afa – altrettanto funzionali alla resa di un ambiente sterile e inospitale. Ad accentuare l’impressione di stallo, di desolazione, contribuiscono poi i riferimenti frequenti alla notte e all’oscurità, al silenzio e al vuoto, come pure i numerosi oggetti abbandonati e privi di una reale funzione che vengono rappresentati nella loro immobilità:

Scoloriti coriandoli e birilli
andati a cadere nelle pozzanghere.
(6)

Avanzi di una luce d’altri tempi,
i secchi e le lampade ciondolanti
nel vento. [...]
(9)

L’acqua stralunata dell’abat-jour
di ghiaccio che lastra la strada, goccia
lentissima in una crepa. Gironzola
la mosca nel giallo cerchio di un lume.
(28)

Anche la natura, colta attraverso presenze animali e vegetali, appare per lo più in uno stato di rovina e desolazione. Sono particolarmente pregnanti, a questo proposito, le quartine che raffigurano insetti morti o imprigionati, richiamandosi a distanza – secondo un meccanismo di ripresa e ripetizione che agisce in tutta la raccolta:

Aver l’aria: è tutto lì! L’impalpabile
riflesso di un riflesso ossificato.
Da farfalle in bacheca, coleotteri
senza sole, né profumi, né vento.
(27)

Non siamo più che ali di farfalla.
La farfalla infatuata dal lume.
La farfalla con l’ali malandate.
Non siamo più che una farfalla di polvere.
(50)

Nell’afa una danza di moscerini.
Il ruotare dei cigni e delle aquile:
dei cavalli di legno della giostra.
Una farfalla annega nella fontana.
(60)

Sullo sfondo di questo mondo inerte, «contaminato», che l’occhio coglie e ritrae sulla pagina, le richieste angosciate di un senso («Che supplichino ora. Che supplichino / Dio s’Egli ancora non si è stufato.», 10) e le dichiarazioni di dubbi e incertezze («Un bruciaincenso tra spaesate luci. / Un groviglio di domande intestine.», 13) assumono particolare forza. Altrettanto incisivi sono poi i passaggi in cui, abbandonando l’osservazione di cose e paesaggi, l’io lirico torna a guardarsi come dall’esterno per commentare l’«aspra traversata del vuoto» e comunicare lo smarrimento (75):

Le mani avanti. Il freddo nelle ossa.
La corrosione degli occhi nel pianto.
Non ritrovo la strada, l’ho perduta.
Le mani avanti. E la pelle d’oca.

La raccolta intreccia pertanto osservazione della realtà e considerazioni dell’io sulla propria condizione esistenziale, in un’alternanza di livelli che carica di senso il percorso tracciato nel libro. Ulteriore livello di quest’opera densa e stratificata è poi la dimensione “metapoetica”. Oltre a rappresentarsi nella postura del viaggiatore, l’io lirico raffigura a più riprese l’atto della scrittura, facendo del suo itinerario di ricognizione un itinerario duplice (71):

I giorni curvi sulle mie quartine,
dentro la mente gravida di sé.
Nell’attraversamento di ogni cosa
Ch’entra dagli occhi. Mai vista abbastanza.

Quella tracciata nella raccolta è infatti anche la ricerca di una parola poetica capace di andare oltre il «già detto», il trito, lo «slavato», una parola che sappia dire e opporsi al silenzio, per tornare finalmente ad essere produttrice di senso. Rappresentata attraverso la “mise en abyme” della scrittura e il ripresentarsi sempre più fitto, a partire dalla metà del libro, della «parola» – vero e proprio leitmotiv che va ad affiancarsi ai numerosi nuclei lessicali e tematici che costellano efficacemente la silloge –, tale ricerca si rivela problematica, difficoltosa, muovendosi sul doppio filo del «travaglio» e della speranza («E sono ancora qui che scrivo tutto / il travaglio dei giorni. Tutto il niente. / Con la mala stagione che mi strozza / la voce. Poi il sonno. Poi il non so», 15).
Alle manifestazioni di angoscia dell’io e all’atmosfera generalmente soffocante che caratterizza la raccolta si contrappone il momento breve, fugace della rivelazione, spesso rappresentato attraverso immagini di luce e rinascita. Nel corso della silloge, queste accensioni momentanee e improvvise prendono forma attraverso l’evocazione di un motivo naturale («un non-so-che in una nube / leggera, un favo di miele selvatico», 32; «un pullulare / di fiori», 55), un ricordo gioioso (quello, per esempio, di «un antico sapore di mela / e un nontiscordardimé tra le labbra», 30) o una constatazione improvvisamente fiduciosa («e pure qui rimane, lo dovresti / sapere, sempre luce nella luce», 39). Nel girare «a vuoto» dell’io, questi momenti – che Renato Giovannoli, con una bella immagine, riconduce a «piccole crepuscolari apocalissi quotidiane» – illuminano per brevi attimi il cammino, contrapponendo alla stanchezza e all’oscurità che lo caratterizzano, la luminosità e la vitalità della scoperta possibile (56):

Sapienza è il mistero della radice
primaverile. Non si cerca in vani
giri di foglie ingiallite e disperse
dal vento, l’annidarsi della luce. (o forse sì)

Come un’aggiunta improvvisa e inaspettata, la breve affermazione tra parentesi, che sfalsa l’endecasillabo, quasi a rappresentare metricamente e graficamente l’emergere di qualcosa di anomalo ed eccezionale, lascia intuire la possibilità della scoperta di un senso. In questi momenti la parola – altrove definita «bolla dell’abisso» (43) – può allora riacquisire la sua funzione e mostrarsi in tutta la sua potenzialità: «Rosso boccio di rosa la parola / affiora (e boccheggia) tra le sterpaglie» (96).

Nel clima di asfissia suggerito anche dalla ricorrenza di clessidre e di orologi che girano a vuoto, l’alternarsi delle stagioni si accompagna al ripresentarsi di riferimenti liturgici – il richiamo all’«ora terza» o «ora nona», in particolare, chiara eco della morte e della resurrezione di Gesù («ora l’orologio segna le tre / esatte. Con occhi asciutti e stremati.», 3; «Il Consolatore starà alla porta / (già e non ancora) alla nona ora.», 20; «Fu all’ora nona che stridenti i cardini / delle porte degli inferi la terra/ tremò.», 77). Scandendo il discorso poetico, questi rimandi a una sfera religiosa conferiscono particolare spessore al percorso tracciato, attribuendo un senso quasi metafisico alla ricerca dell’io – una ricerca spinta dalla speranza e dalla fede, ma consapevole al tempo stesso della difficoltà. Ed è forse per esprimere questo contrasto, forte, problematico, eppure pregno di significato, che Discorso senza un alito di vento non si interrompe alla centesima quartina, chiudendosi in un modo che non saprebbe essere definitivo e rassicurante. Nella brevità di una forma metrica regolata, Lonati racchiude in definitiva tutta l’incertezza dell’essere, consegnandoci una raccolta che sa conciliare mirabilmente ricerca ritmica, forza dell’immagine e densità dei contenuti.