Scrivimi dal confine

«A volte, stando seduto sulla mia poltrona, guardo la porta chiusa dell'entrata di casa e mi pare di sentire dei passi di donna, un tocco leggero di nocche sul legno, ma la porta rimane chiusa. Mi sono chiesto spesso chi sarebbe comparso se si fosse aperta. Ora lo so.» Aimée non ha mai affrontato un viaggio così lungo da sola, e ora, seduta sul treno che la sta conducendo dall'Italia alla Repubblica Democratica Tedesca, nel gelido inverno del 1960, non fa che pensare all'altro lungo viaggio che aveva intrapreso all'età di cinque anni per lasciare Parigi, e la guerra, e raggiungere l'Italia, la terra di suo padre, in cui trovare un po' di pace, anche se poi il destino le aveva riservato tutt'altro. Pure quella volta avevano viaggiato di notte e l'incertezza del futuro, la precarietà del presente le avevano stretto la gola fino quasi a soffocarla. Ma nel lontano viaggio del 1915 c'era sua madre a fugare con una carezza i suoi dubbi, a scacciare le paure, c'erano le filastrocche giocose di suo padre a tenerle compagnia: Piove, non piove, faremo cose nuove. Le pare di sentirlo ancora oggi, dopo quasi cinquant'anni. Ora invece è completamente sola. Nessuno sa la vera ragione del suo viaggio, nessuno sa che sta mentendo per raggiungere una parte di mondo preclusa agli occidentali. E che quella menzogna potrebbe costarle la galera, o peggio. Per non cedere alla paura, ripercorre tutto il cammino che l'ha condotta a quel preciso momento, su quel treno, con i documenti falsi nella borsa: un garbuglio inestricabile di gioie e dolori che l'hanno portata lì, nell'attesa di compiere fino in fondo il proprio destino. Luca Saltini costruisce un affresco storico che ha il passo del romanzo classico e la voce della contemporaneità, legando a doppio filo la vita di una donna, e il suo desiderio di riscatto, alle tragedie e agli slanci del Secolo Breve. Un romanzo vivo, che mostra come i confini da superare siano sempre quelli dentro noi stessi.

(Dalla presentazione del libro, Piemme)

Recensione

di Teresa Chiriacò
Inserito il 14.11.2023

Scrivimi dal confine, pubblicato da Piemme nel maggio del 2023, è l’ultimo romanzo di Luca Saltini. Si potrebbe definire un romanzo di formazione, poiché il lettore segue nel corso delle pagine le vicende che portano la piccola Aimée a diventare una donna adulta: il testo, infatti, attraverso una costruzione fatta di analessi e prolessi, mostra alcune delle tappe di crescita della protagonista, spaziando e alternando tra momenti di vita infantile, adolescenziale e adulta. Gli episodi, che ripercorrono in ordine cronologico gli stadi dall’infanzia alla vita adulta, vengono intervallati da capitoli ambientati nel 1960, che sviluppano una trama parallela. Grazie a questo espediente narrativo, il lettore si appassiona alla storia, curioso di conoscere il segreto che Aimée porta con sé nella DDR. Le atmosfere misteriose, l’ansia provata dalla protagonista di fronte ai controlli, gli escamotage per aggirare le spie e la mancata conoscenza del tedesco che non facilita la situazione sono tutti elementi che suscitano attesa e interesse in chi legge; un’attesa che culmina alla fine del libro in un colpo di scena inatteso.
Il libro si apre con un episodio che risale al 1960, ma, già nell’incipit, la trama viene intessuta con i ricordi della protagonista risalenti al 1915:

17 febbraio 1960
Non ha mai affrontato un viaggio così lungo da sola. Non è nemmeno mai stata all’estero, se non a Lugano, qualche volta, e in Francia. Anche allora aveva viaggiato di notte, senza poter vedere il paesaggio che scorreva fuori. […] Il sonno spesso la coglieva e la portava lontano, per farla ripiombare quando non se lo aspettava nel freddo del vagone. Allora la mamma le sollevava la coperta fino alle spalle, la stringeva e le carezzava la testa, cercando di sorridere. Era stato molto tempo prima. In un’altra vita. (p. 5)

Il brano propone un parallelismo tra il viaggio compiuto nella DDR nel 1960 e il trasferimento dalla grande capitale francese in un paesino in Valsolda nel 1915. Questi due momenti delimitano una vicenda che ripercorre i grandi eventi del secolo scorso. Proprio in questo sta la forza del romanzo: seguendo l’evoluzione della protagonista, il lettore percorre le tappe più oscure del Novecento europeo, dalla Prima guerra mondiale alla Guerra fredda.
Le prime pagine introducono già due dei temi che verranno sviluppati nel romanzo: il tema del viaggio e quello del contrasto tra il contesto cittadino e quello alpestre. Il secondo viene approfondito nel primo: gli spostamenti che Aimée sarà portata a compiere nel corso della propria vita comporteranno riflessioni sulle differenze tra il vivere in valle piuttosto che in una metropoli, e così la Valsolda è confrontata dapprima a Parigi, poi a Milano ed infine a Berlino:

La casa della signora era in via Durini, proprio dietro al Duomo, in una zona di palazzi signorili. A Parigi, Aimée ne aveva visti di più lussuosi, ma lontani dalla strada dove aveva vissuto da bambina. Rispetto al paese e all’alpe di Ivano, le pareva qualcosa di surreale, come quinte di un teatro e non luoghi veri dove abitava gente ricca. (p. 140)

La particolarità degli spostamenti che caratterizzano le vicende della protagonista è che sono tutti imposti dall’esterno, ad eccezione dell’ultimo che la porta a Berlino. Nel 1915, a causa delle tensioni politiche e della guerra appena iniziata, sono i suoi genitori a scegliere di spostarsi nella valle, dove sono presenti i parenti del padre. Qui la piccola Aimée non si sente accolta, il suo unico punto di riferimento sarà Ivano, un uomo solo e un po’ burbero che vive isolato in un’alpe, e che tuttavia si affeziona a lei non appena la incontra. Sarà lui a prendersene cura quando il padre partirà per la guerra e la madre si ammalerà di tubercolosi:

«Io ti voglio bene, Aimée, tanto bene. Noi staremo sempre insieme, qui sull’alpe, giù al paese. Ci faremo compagnia. Non devi sentirti sola.» (p. 103)

Ivano incarna perfettamente il tema della solitudine esposto nel romanzo: preferisce l’isolamento al contatto con gli altri e il suo rapporto con Aimée sembra ricalcare un po’ quello tra Heidi e il nonno del celebre romanzo di Johanna Spyri.
Oltre a Ivano, Aimée riesce a trovare conforto solo in altre figure adulte, poiché ogni approccio da parte dei suoi coetanei risulta molesto:

Quando entrò nella sala, anche i tre giovani seduti al tavolo accanto alla finestra si voltarono per guardarla. [...] Il più alto doveva essere uno studente. La fissava con occhi azzurri molto intensi, ma cattivi, pieni di una malizia che la spaventava. (p. 121)

Questo episodio, come molti altri, precede un contatto fisico che lei non vuole e dal quale scappa, ma nemmeno in queste occasioni incontra il favore e il supporto della sua famiglia biologica: la zia, anziché sostenerla, la sgrida e la accusa di «aver fatto la smorfiosa» (p. 123). È dunque interessante notare come il romanzo pur parlando di una storia avvenuta nel passato sia comunque molto attento a tematiche sociali estremamente attuali: le molestie dei ragazzi a cui lei non è interessata vengono richiamate con accortezza tra le pagine e attirano l’attenzione su come possa essere difficile la posizione della donna nella società. Aimée, più di altri personaggi, è costretta a confrontarsi con sé stessa: sia per il fatto di essere una donna, sia per il fatto di essere sola, dovrà affrontare situazioni difficili. Ma nonostante le sfortune della vita, avrà sempre accanto persone che la ameranno: dapprima il padre e la madre, poi Ivano, poi la signora di Milano, poi Marcello. Tutti questi amori esemplificano bene l’idea che, al di là delle difficoltà e del profondo senso di solitudine avvertito dalla protagonista, lei è sempre amata, proprio come dice il suo nome.
Il secondo viaggio la porta a Milano e avviene nel 1926 per volontà della zia. La giovane viene accolta come aiuto domestico nella casa di una facoltosa signora, che comprende il potenziale di Aimée e decide di reintrodurla alla lingua francese attraverso i grandi classici. In seguito alla malattia della signora, Aimée inizia a lavorare in ospedale e scopre una passione per l’ostetricia. Il modo in cui il tema della nascita viene trattato è degno di nota: Saltini parla di donne spaventate all’idea di diventare madri e descrive i momenti del parto nella sua materialità più difficile, ma lo fa sempre con grande delicatezza:

Aimée si sentiva confusa. Quello della nascita era un mondo di cui non sapeva nulla e che per lei era sempre rimasto avvolto da un’aura gentile. […] mentre ora tutto si rivelava nel modo più crudo. Adesso vedeva i pianti, lo sporco, il sangue e tutta quella fatica che per lei era rimasta fino a quel momento nel segreto. (p. 185)

Il tema della nascita si rivela importante anche come contraltare: al senso pesante di solitudine provocato dalla perdita e dall’abbandono delle persone che ama, si unisce quello speculare e contrapposto della positività della vita. Nello stesso ospedale in cui accudisce la malata, Aimée diventa una levatrice. Questo nuovo lavoro porta un respiro tutto diverso, carico di speranze, entusiasmo, paura positiva. L’attaccamento alla vita si sprigiona poi in tutta la sua forza durante la seconda guerra, quando in Valsolda Aimée inizia ad aiutare persone che partecipano alla resistenza e che, sfiorando la morte, lottano per la vita.
Alla fine della guerra Aimée riceve una notizia che la turberà e che la porterà a partire per la DDR. È la sua prima vera decisione di spostarsi verso un altro posto, senza alcuna imposizione dall’alto, e la protagonista freme come una bambina dall’emozione e dal terrore. Berlino le si presenta ostile, diversa da Parigi e Milano, con una lingua dura che non comprende, con persone che la controllano perché temono sia una spia. Se le prime due, nonostante la guerra e le difficoltà, erano i luoghi dell’opportunità, della vita metropolitana che porta ventate di freschezza e cambiamento continuo, la Berlino del 1960 è cupa, militarizzata, statica. Una staticità che però si contrappone anche a quella della valle, perché si mostra negativa e piena di restrizioni; la Valsolda invece rappresenta sì un luogo di immobilità, ma anche un nido sicuro in cui ci si può riparare quando il mondo cade nel caos completo, come nel caso delle due guerre. Anche qui, quindi, la realtà storica si intreccia con le vicende della protagonista:

Aimée sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Un senso di vuoto si spalancò all’altezza del cuore e parve risucchiarla dentro di sé, come se si fosse aperto un baratro nella sua anima e ora tutto ciò che costituiva la sua essenza stesse scivolando in quel buco, svuotandola a poco a poco, togliendole il sangue, la carne, la vita stessa. (p. 101)

Concludendo soffermiamoci sul titolo, che introduce un motivo che è al centro dell'intero romanzo: quello del confine, che può essere inteso sia in senso concreto che in senso metaforico. Se da un lato indica un limite geografico, una frontiera da varcare - quella della Germania, e più specificamente della DDR, resa più netta anche dalla diversità della lingua e dalla situazione politica -, dall'altro il confine può essere di carattere psicologico, come annuncia la frase riportata in copertina: «i confini più difficili da superare sono sempre quelli che ci portiamo dentro». Il limite, infatti, può essere rappresentato anche dalle paure, dai pregiudizi, dalle aspettative sociali, e il suo superamento è indice di spirito di adattamento e di crescita interiore: Aimée supera sfide e difficoltà che la portano ad evolvere. Il confine, infine, rappresenta il limite tra l'infanzia e l'età adulta, il bordo sottile tra la vita e la morte, la linea tra l’essere solo e il sentirsi solo, tutti limiti metaforici che si intrecciano indissolubilmente con le frontiere fisiche e geografiche che sono al centro della narrazione.
Scrivimi dal confine è in definitiva un libro che parla della storia di una donna, ma che è legato prepotentemente alla Storia del Novecento, un intreccio mostrato anche dalla struttura del romanzo, con la continua alternanza di anni, luoghi e momenti. Si tratta quindi di un testo di grande impatto e con una carica emotiva non indifferente.