Dietro la stazione [Hinter dem Bahnhof]

Arno Camenisch
traduzione di: Roberta Gado

Un anno, un’infanzia che sembra consumarsi nell’arco di poche stagioni, l’intera esistenza di un villaggio in una stretta valle montana chiusa solo all’apparenza. Qui il mondo esterno si presenta con i treni, il postale e la tivù, ma soprattutto con una lingua, il tedesco, che si insinua nel romancio locale portandovi i fermenti di un mondo che cambia. Lo straordinario testo di Arno Camenisch ci regala una singolare epica alpina in cui l’innocenza e l’incoscienza dell’infanzia incrociano la quotidianità di un centro popolato da poco più di quaranta anime. […] Camenisch ci sorprende con storie senza tempo ed echi di una lingua, il romancio, che sembra nascere dalla pietra, risuonare nei boschi e sopravvivere al destino degli uomini.

(dalla quarta di copertina)

Rassegna stampa

«È questo, l'universo di questo notevolissimo scrittore svizzero, ed è fatto di poco, non di personaggi straordinari, ma di persone rese straordinarie dallo sguardo prismatico, allucinato dei bambini. L'infanzia è il luogo in cui Camenisch va ad attingere al Tempo. Camenisch restituisce all'infanzia quella cosa che le è propria: l'inconsapevole e serissimo gioco con cui ci si oppone a ogni altro potere presente. Lo fa con un potere - che è anche quello della letteratura - che poi non è nient'altro che quello di creare e distruggere semplicemente componendo diversamente gli oggetti che ci troviamo tra le mani, concedendo loro una vita ulteriore, trasformandoli in qualcosa che non erano mai stati. E dunque scoprendoli, liberandoli, e insieme liberando noi» (Andrea Bajani, «Il Sole 24 ore», 14.07.2013).

«Vi si parla il romancio, e Camenisch, 35 anni, scrive in un tedesco misto di romancio, tradotto genialmente in un italiano misto di tedesco e romancio da Roberta Gado. [...] Questa "cronaca" di più stagioni è tra le cose più belle sull'infanzia che leggiamo da anni, scritta dal punto di vista di un'infanzia vera (o di un giovane che la ricorda bene e che ha forse letto Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas). Di storia in storia e per brevissimi capitoli, sole e neve, natura e cultura, vita e morte, umani e animali, indigeni e immigrati (una coppia di italiani), la vita scorre come una continua sorpresa da godere, soffrire, ammirare, e la lingua ha il fascino delle lingue di confine, somiglia nei suoi incroci e connubi a quello per la vita» (Goffredo Fofi«Internazionale», 10-17 maggio 2013).

«E gli echi e la musicalità alpina del romancio si ritrovano tutti nella traduzione di Roberta Gado, che ha maneggiato una lingua confederata invertendo i pesi e riuscendo a mantenere l'atmosfera e il piacere della lettura. Uno non se l'aspetta così, la Svizzera» (Tino Mantarro«Satisfiction», 23.04.2013).

Nota critica

Prendiamo un paesino di montagna – facciamo della Surselva grigionese – con i suoi piccoli avvenimenti e i suoi abitanti – una quarantina in tutto – e abbiamo tracciato il quadro del romanzo, i suoi limiti spaziali. Al centro del paese metteremo il «restorant Helvezia», dove servono «i boccali di birra con lo stambecco sopra» (p. 94), e attorno un’umanità varia ma, appunto, non numerosa. Protagonisti sono due giovani fratelli che raccontano non senza una punta di malizia quanto vedono ogni giorno: chi arriva, chi parte, chi muore. Il risultato è una sequenza di brevi paragrafi che fanno l’affresco di un microcosmo: un racconto che potrebbe continuare all’infinito ma che fa bene a un certo punto a fermarsi. La lingua (splendidamente ricreata in italiano da Roberta Gado) ha la cadenza un po’ rustica del mondo che descrive e il tono, nella sua iperprecisione, è disincantato e a tratti anche cinico, come di chi scopre ogni giorno un pezzo di mondo senza stupirsi di quello che trova. Un libretto godibile, una lettura solo in apparenza leggera.

(Matteo Ferrari, Viceversa ha letto…, 28.05.2014)